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Il Pakistan e l’America: High-Risk Duplicity

Pakistan Usa - nemici/amici.

L’OPERAZIONE di Abbottabad, conclusasi con la morte del ricercato numero uno al mondo, è stata una svolta nella storia recente. Non tanto per il fatto che la morte di bin Laden possa aver inferto un duro colpo al terrorismo islamico, perché questo è ancora da provare. Ma, piuttosto, perchè il discorso con cui Barack Obama ha sentenziato che “giustizia era stata fatta” in seguito al raid in Pakistan sembrerebbe ridare all’America un po’ del suo tradizionale ottimismo.

I problemi, tuttavia, sono numerosi e includono anche il rapporto complicato tra Islamabad e Washington. Il governo pakistano ha deciso di fare la voce grossa — evidentemente le operazioni Nato e Usa sul suo territorio danno fastidio alle alte sfere dell’ISI, l’esercito e i servizi segreti pakistani. Danno fastidio, di riflesso, anche al governo, che da sempre in Pakistan è espressione del potentato economico e politico rappresentato dalle forze armate. “Solidali con esercito e servizi segreti”: questa è stata la dichiarazione di esponenti governativi. C’è da credergli: è sempre stato così? Il parlamento di Islamabad, dopo dieci ore di seduta, ha approvato una risoluzione che invita gli Stati Uniti a fermare i raid dei droni sul territorio pakistano e chiede l’apertura di un’inchiesta indipendente sul blitz dei Navy Seals che ha portato all’uccisione dell’ex leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. Gli Usa non possono fermare i raid dei droni. Il principale obiettivo della politica estera Usa non era uccidere lo sceicco del terrore, ma combattere e sconfiggere al-Quaeda. Nessuno nel mondo mette in dubbio che le basi operative dell’organizzazione criminale si trovino proprio tra le montagne delle zone tribali di uno dei suoi più grandi alleati, il Pakistan, proprio al confine con l’Afghanistan.

I rapporti bilaterali tra gli Usa e il Pakistan sono sempre stati rapporti di mutuo interesse. Gli Usa fornivano al Pakistan un alleato forte e autorevolissimo, una ricca fonte di finanziamento nonché una legittimazione internazionale di notevole portata. Il Pakistan fa comodo agli Usa come “paese amico”, se non altro per la sua strategica posizione geografica.

La relazione politica e diplomatica tra Washington e Islamabad è ambigua; ed ora vacilla più che mai (leggi l’articolo). La stessa vicenda dell’incursione ad Abbottabad non la farà per ora venire meno: è fondata su solidi interessi reciproci (politici, economici e strategici). Interessi che ora, anche grazie all’intervento di una potenza terza, la Cina, sono meno importanti di un tempo. Il Pakistan ha ricevuto tutto dagli Usa: finanziamenti, legittimazione politica, indulgenza della comunità internazionale sull’orribile situazione dei diritti umani, specialmente religiosi, riservati alle minoranze cristiane; persino la possibilità di dotarsi dell’arma atomica. Gli Usa vi hanno messo le loro basi militari e si sono finora riservati la possibilità di’intervento militare sul suolo pakistano. Hanno influenzato molto la politica del paese nel passato: l’ex presidente Musharraf era stato scelto proprio da Washington, ma non ha mai convinto. Ad Islamabad ha sempre governato l’esercito che non ha mai avuto interesse o non è mai riuscito, per incapacità, a controllare le zone tribali, dove prolifera la rivoluzione jihadista. Eppure il blitz notturno del due maggio è stato troppo: ha infatti ridicolizzato Islamabad, mostrandola per quella che in fondo è, un territorio di libero accesso alle truppe Usa. Ora, vista la figuraccia internazionale, il parlamento pakistano ha alzato il tiro: domanda una commissione indipendente e la fine dell’utilizzo dei droni che volano indisturbati: in pratica auspica il rispetto del proprio territorio e del diritto internazionale. Fino a pochi anni fa questa dura presa di posizione sarebbe stata impossibile e potenzialmente suicida per l’élite governativa pakistana. Ora è possibile. Qualcosa è cambiato.

Il potere contrattuale del Pakistan è cresciuto. Oggi il Pakistan è una grande potenza in lenta ma costante ascesa economica, ha la bomba atomica e soprattutto ha intessuto importantissimi e fruttuosi rapporti con la Cina. Ci sono progetti in costruzione che l’impero celeste sta finanziando, come il porto sul Mar Arabico e la linea ferroviaria nel Kashmir.

La Cina si serve di fatto del nuovo rapporto con il Pakistan e, paradossalmente, lo fa anche per non sbilanciare eccessivamente gli equilibri della questione ‘India’, acerrima rivale del Pakistan. Cina e Pakistan fanno gioco di squadra per limitare la crescita dell’India. L’india è sempre più isolata: piace poco agli agguerriti vicini, del resto è l’unico regime veramente democratico della zona. In questo teatro locale e globale completamente cambiato, in cui le relazioni internazionali disegnano un mondo non più unipolare, il rapporto Washington-Islamabad è per quest’ultima meno importante. Gli Usa si sono da tempo pentiti di aver permesso al Pakistan di dotarsi dell’arma atomica: gli hanno dato un peso internazionale e militare difficilmente controllabile che ora rischia di sfuggire anche dalle loro mani. Gli accordi sulla non proliferazione, voluti dagli Usa, sono stati firmati anche dal Pakistan.  La Cina sta finanziando e ha iniziato la costruzione di due reattori nucleari proprio in Pakistan, senza preoccuparsi degli accordi internazionali sulla non proliferazione voluti da Washington.

Il ruolo degli Usa nell’area centro asiatica è cruciale, l’area è il centro del nuovo nemico degli Usa. Essi devono controllarla non solo per interesse economico e geostrategico, ma soprattutto perché quello è uno dei centri da cui si propaga in tutto il mondo il pericolo letale del fondamentalismo islamico. E’ proprio questo il nemico ideologico, politico e militare che la politica Usa cerca di abbattere ad ogni costo, così come fu per il comunismo. Tutti i Presidenti hanno la stessa impostazione politica, per quanto riguarda queste grandi scelte; Democratici o Repubblicani non importa: il nemico comune per gli Usa è nemico di tutta la classe politica Usa, senza eccezioni. Da qui si capisce l’impegno di Barack Obama contro il fondamentalismo e la crociata anti jihadista iniziata da George W. Bush. La sfida politica degli Usa è tale dai tempi della fondazione stessa del Paese, non è fenomeno recente. Essi rappresentano loro stessi, nella storia dell’umanità, come portatori di valori universali da diffondere all’intera umanità. La libertà, americanamente intesa, è valore fondante della Nazione, ma anche uno degli ideali su cui tutta la politica estera americana si fonda. La diplomazia americana si sta muovendo per addolcire il regime pakistano, che ha deciso di mostrare i muscoli. Perlopiù il presidente del Comitato per le Relazioni Estere del Senato Usa, il democratico John Kerry, non ha  cercato di minimizzare il problema che esiste tra Pakistan e Usa, sostenendo che Washington vuole che il Pakistan sia un alleato «reale» nella lotta al terrorismo: “Noi pensiamo che ci siano cose che possono essere fatte meglio. Ma sia chiaro, non stiamo affatto cercando di rompere una relazione, piuttosto di trovare il modo per costruirla in modo più solido.”

Gli Usa hanno capito bene di cosa si tratta. L’ISI pakistana non è mai stata interessata a sconfiggere i taliban: l’obiettivo principale per il Pakistan è combattere la democratica India. Nel Pakistan tradizionale non esiste Islam moderato e all’élite militare sta bene così. Ufficialmente l’élite pakistana mostra di essere impegnata anch’essa contro il terrore, ma solo per non essere additati come “Stato canaglia” e poter continuare a crescere d’importanza nello scacchiere mondiale. D’altronde, nelle relazioni internazionali, gli Stati non valgono tutti allo stesso modo. L’Afghanistan è stato scelto come palcoscenico principale per la lotta al terrore, anche perché è un paese economicamente ed ancor più politicamente debole. Una guerra contro il terrore che avesse come palcoscenico il Pakistan non sarebbe stata neppure auspicabile. Gli Usa avevano schivato il problema facendo intervenire sul suolo Pakistano i loro efficientissimi aerei teleguidati: i droni (leggi l’articolo).

Ora quest’utilissimo strumento della guerra al terrore è messo in discussione. D’altronde il Pakistan non è l’Afghanistan: ha quindi molto più valore sullo scenario internazionale. E anche se i quadri di al-Quaeda sono da sempre nel Pakistan, come più fonti indicano, e non nel povero e medioevale Afghanistan, poco importa: la guerra al Pakistan non si può fare, in compenso la si è fatta contro il vicino povero. Il Pakistan ha un esercito di tutto rispetto, 180 milioni di abitanti e l’arma atomica; in Afghanistan ci sono solo montagne, deserto, barbe lunghe e tristezza.

Kay Garnger, la portavoce della sottocommissione per gli stanziamenti del Congresso (organo preposto all’assegnazione dei fondi per le operazioni all’estero), ha richiesto la sospensione degli aiuti americani al Pakistan, affermando che Islamabad non sarebbe in grado di distribuirli in modo trasparente. Se questa minaccia fosse messa in pratica, i pakistani perderebbero un milione e mezzo di dollari l’anno e s’interromperebbe il flusso di denaro che dal 2002 ad oggi ha portato 20 miliardi di dollari nelle casse di Islamabad. Molti a Washington stanno pensando che tutti quei soldi sono stati gettati al vento, lo stesso governo comincia a dubitare sempre di più sull’affidabilità dell’ISI. Tuttavia, è quasi sicuro che le minacce della Garnger non si trasformeranno in azioni. Il doppiogiochismo di Islamabad non rappresenta di per sé una sorpresa. Gli americani questo lo sanno: dei pakistani non ci si può fidare ciecamente, per quanto utili. Non a caso, recentemente la CIA ha provveduto a creare nel paese un suo network di spionaggio indipendente e senza contatti con gli 007 locali dell’ISI.


L'articolo è stato pubblicato dalla rivista di politica internazionale Thepostinternazionale e può essere letto anche a questo link: http://www.thepostinternazionale.it/2011/05/islamabad-e-washington-high-risk-duplicity-2/

Pubblicato il 23/5/2011 alle 20.19 nella rubrica Notizie.

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