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La privatizzazione dell'acqua e le norme europee

L'acqua è già privatizzabile. Gli assunti “destra, a favore della privatizzazione” e “sinistra contraria” sono fuorvianti. Tanto è vero che la prima regione in Italia in cui si è privatizzata l'acqua è la regione Toscana. Ben 25 anni fa.
In Italia, maggioranza e opposizione (PD, IdV e Udc) hanno deciso che l'acqua è un bene economico. Nel governo Prodi solo Rifondazione Comunista, Verdi e Comunisti Italiani avevano  posizioni contrarie alla privatizzazione della gestione delle risorse idriche. Ostacolarono a più riprese il decreto Lanzillotta e, in precedenza, anche la legge Galli che trasformò l'acqua in bene economico.  In realtà, nella maggior parte dei comuni l'acqua è già affidata a società a scopo di lucro (secondo il codice civile le Spa sono società per azioni a scopo di lucro), che traggono profitti dalle nostre bollette.

Fino al 10 settembre 2009, data in cui è stato approvato art. 15 del decreto 135/09, la gestione del servizio idrico integrato in Italia era normata dall'articolo 23 bis della Legge 133/2008 che prevedeva, in via ordinaria, il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditori o società facendo largo forzatamente all’ingresso di privati. Il decreto 135/09 – in osservanza delle leggi europee sulla concorrenza nei servizi pubblici a rilevanza economica – prevede l'affidamento della gestione ad aziende private o a altri tipi di società mediante procedure competitive ad evidenza pubblica. In alternativa, la gestione è affidata a società a partecipazione mista pubblica e privata con capitale privato non inferiore al 40%. Tale legge prevede la cessazione degli affidamenti a società totalmente pubbliche controllate dai comuni (in essere alla data del 22 agosto 2008) alla data del 31 dicembre 2011 o la cessione del 40% del pacchetto azionario. Fino a oggi non c'era gara, l'acqua veniva gestita direttamente dal comune o da società municipalizzate: società per azioni a capitale maggioritario pubblico.

Su questo aspetto bisogna fare chiarezza. L'Unione europea non impone agli stati membri la privatizzazione dell'acqua (art.14 TFUE e protocollo n. 26 del Trattato di Lisbona). Resta comunque la scelta degli stati membri. Qualora un paese decida – è il caso dell'Italia – di considerare la risorsa acqua un bene pubblico a rilevanza economica (cioè vendibile e acquistabile, soggetto alle leggi del mercato) allora la Ue impone il ricorso a gara e la privatizzazione di parte dell'azionariato delle società concessionarie che partecipano all'appalto o gara di gestione.
L'Europa ha imposto il principio comunitario (direttive 92/50/CEE e 93/38/CEE) della distinzione tra servizi di interesse economico-generale e servizi di interesse generale, ovvero alla differenza tra servizi orientati al mercato e servizi non orientati al mercato. La città di Parigi e altre grandi città francesi vista l'inefficienza e i maggiori costi determinati dalla politica di privatizzazione dell'acqua perseguita negli anni Novanta, stanno tornando a un sistema pubblico.

In Italia i politici di entrambi gli schieramenti e buona parte dei mass media affermano che il decreto 135 Ronchi-Fitto non prevede la privatizzazione dell'acqua, semmai la "liberalizzazione". Si fa riferimento al fatto che il decreto non prevede la possibilità di vendere la risorsa, che resta di proprietà pubblica. Tuttavia le infrastrutture necessarie  (acquedotti, tubature, depuratori ecc..) delineano il settore, dal punto di vista economico, come “monopolio naturale”. Non è possibile liberalizzare un monopolio naturale: ogni città ha un proprio acquedotto ed è impensabile che due società dell'acqua possano competere. Per competere dovrebbero costruire entrambe il proprio acquedotto e i consumatori avere la possibilità di scegliere tra le due società. Ovviamente questo non è né possibile né augurabile. Quindi la gara prevista per l'aggiudicazione della concessione dell'acqua stabilisce il nuovo monopolista. Nelle città dove l'acqua è gestita da società private, come  Arezzo, Aprilia e Agrigento, le tariffe e le bollette sono aumentate esponenzialmente e non sono stati fatti i promessi investimenti nelle infrastrutture.

La vera scelta politica è tra chi ritiene che l'acqua sia un bene acquistabile e vendibile e chi ritiene che sia una risorsa indispensabile alla vita e quindi un bene pubblico, dalla cui fruizione nessuno debba essere escluso. Alcune amministrazioni in Italia, hanno scelto quest'ultima strada. Comuni italiani come Roccapiemonte, Prevalle, Fiorano Modenese, Napoli, Corchiano, Pietra Ligure, Povegliano Veronese, Sommacampagna, Fumane hanno già inserito nel loro Statuto un articolo a protezione dell'acqua, intesa come bene comune pubblico. Questa decisione inevitabilmente ostacolerà la privatizzazione delle risorse idriche in quei comuni. Il neogovernatore della Puglia, Nichi Vendola ha trasformato la società per azioni che gestisce l'acquedotto pugliese (che era a totalità d'azionariato pubblica) in un ente pubblico, che non ha scopo di lucro.





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Pubblicato il 13/4/2010 alle 13.42 nella rubrica Notizie.

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