Blog: http://BlablablaaMentelibera.ilcannocchiale.it

+ o -

Il seguente  è un altro mio articolo scritto qualche giorno fa per l'agenzia giornalistica per la quale collaboro. Tratta di un documentario a cui ho assistito alla presntazione per la stampa e alla relativa conferenza stampa.


“Più o meno. Il sesso confuso”, è un documentario innovativo nella struttura narrativa e nelle tematiche che parla della storia della società e di come questa è stata trasformata dall’AIDS che sarà presentato in anteprima nazionale domani alla Cineteca. E’ la storia della malattia raccontata attraverso le esperienze personali e i sentimenti dei protagonisti, 30 tra medici, attivisti, persone del settore ma anche persone comuni e una classe del liceo Galvani di Bologna, intervistati in luoghi pubblici su di una poltrona bianca, simbolo della malattia che è parte del mondo.

Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli ne sono i registi. “Il documento non è l’Aids. Non le cure, non la malattia, ma il pensiero e le emozioni sulla malattia. Le domande che essa porta è ciò che per me conta. Domande di vita, spesso d’amore. Domande su come un virus in libertà e senza cura possa cambiare le prospettive e il corso dell’esistenza. Questo documentario raccoglie volti e voci che aspettavano un occasione per parlare e dare senso a ciò che senso non ha” dice Andrea Adriatico.

Il documentario racconta con vivacità e freschezza i decenni dell’Aids: dalla liberazione dei costumi sessuali degli anni ’70, al terrore della morte e alla confusione per la malattia terribile propria degli anni ’80, alla rinascita della speranza per i contagiati grazie ai nuovi farmaci negli anni ’90, al silenzio assordante dei giorni nostri.

“Credo che la parte degli anni 2000 sia la parte che scuote di più - afferma Andrea Adriatico – perché, anche se io e Giulio abbiamo vissuto gli anni in cui il virus mieteva il maggiore numero di vittime come gli anni della nostra adolescenza, quindi gli anni in cui ci affacciavamo alla sessualità – continua – negli anni 2000 c’è la necessità di rilanciare la questione della sessualità dopo l’avvento dell’AIDS. Il bareback cioè omosessuali consapevoli che fanno sesso non protetto, rischiando, al fine di riappropriarsi di una dimensione più intimista della sessualità, l’abbassamento della percezione della pericolosità del virus che è propria dei giorni nostri e i giovani del liceo terrorizzati dall’idea di poter incontrare nella loro vita sessuale un sieropositivo e che affermano candidamente che lo escluderebbero, sono alcuni dei fenomeni sociali recenti raccontati nel documentario e che lasciano interdetti.

I protagonisti sono intervallati dalle due voci narranti che rappresentano due vissuti, due differenti punti di vista: quello di chi - “il più” è Giulio Maria Corbelli - ha involontariamente incontrato il virus nella sua vita, e chi - “il meno” è Andrea Adriatico - a causa della malattia ha perso amici, persone care e occasioni di spontaneità, ma è rimasto fuori dal gruppo dei contagiati.

L’obiettivo non è descrivere la malattia o fare informazione su di essa “informazione ce n’è già, quello che manca oggi è capire perché una malattia come nessuna prima di essa, è stata capace di produrre effetti sull’intera società e sui comportamenti individuali” dice Corbelli.

“La malattia è ancora vissuta come una colpa, una vergogna, è una malattia che ti segna, che lascia uno stigma” dice Stefano Benni, uno degli intervistati. Il documentario mette in luce come in Italia non c’è stata la condivisione e la rielaborazione che c’è stata in altri paesi e la stessa nascente comunità gay italiana negli anni ’80, gli anni della scoperta della malattia, non è stata capace di creare al proprio interno una discussione e le persone contagiate hanno vissuto la malattia in solitudine. “Sono morte da sole” – afferma durante il documentario Alessandra Cerioli, presidente di Lila intervistata al lido di Dante a Ravenna. Mentre negli Usa e in Gb gli attivisti hanno combattuto perché si parlasse e si diffondesse la consapevolezza della malattia, e si facesse qualcosa per fornire ai malati dei nuovi farmaci con dimostrazioni come il lancio delle ceneri dei compagni morti di AIDS sui giardini della Casa Bianca, in Italia non c’è stato nulla di tutto ciò, la società italiana ha escluso il malato, ha isolato le famiglie, ha tentato di nascondere una realtà. Nel documentario c’è l’assenza totale delle famiglie dei contagiati, totalmente incapaci, nella stragrande maggioranza dei casi, di affrontare serenamente la malattia, molte hanno lasciato soli i figli per la vergogna.

“Nei primi anni dell’Aids alcuni bar rimossero le zuccheriere comuni e cominciarono a servire il caffé in tazzine usa e getta. In comportamenti insignificanti come questi si nasconde l’effetto sottile ma pervasivo che l’Aids ha compiuto, insidiandosi nelle relazioni interpersonali facendo nascere il sospetto, il senso di pericolo insito nel corpo dell’estraneo che prima non c’era. Credo che un evento terribile come l’Aids possa essere un’occasione per acquisire consapevolezza. L’Aids è una occasione preziosa” conclude Giulio Corbelli.




Pubblicato il 28/2/2010 alle 10.23 nella rubrica Notizie.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web