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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
La fabbrica delle emergenze
post pubblicato in diario, il 29 marzo 2011
La fabbrica delle emergenze. Questo governo ha inventato la fabbrica infinita delle emergenze.
Questo gigantesco sistema architettato da Maroni e Berlusconi ma ben prima da Bertolaso e Co funziona a meraviglia: prima si ignorano i sentori di possibile falla nel sistema di prevenzione. Poi si infarciscono di amici degli amici e parentado tutte le strutture dirigenziali che dovrebbero essere in grado di affrontare efficacemente le emergenze.
Poi, quando arriva l'emergenza vera non si hanno le capacità per farci fronte. Allora c'è bisogno di fiumi di denaro pubblico.
Da dare agli amici. Denaro pubblico che non risolverà l'emergenza. E questo paradossalmente fa il loro giuoco. Il gioco di coloro che con la loro inettitudine e con la loro cattiva fede hanno ingigantito la crisi. E' successo col terremoto dell'Aquila. Sta succedendo con gli sbarchi dei maghrebini a Lampedusa. Ogni scuasa è buona.
«Non è mai avvenuto che a Lampedusa ci fossero più immigrati che residenti» - continuano a dire ocme un mantra tutti i tg. Lo dice anche Laura Boldrini,dell'Onu che segue il programma governativo per fare informazione sulle richieste di asilo. «E' una situazione eccezionale, è un emergenza» - ripetono gli intelligentoni.

Non è un emergenza. E' stata fatta diventare un emergenza. Quando arrivarono centinai di migliaia di profughi albanesi in Puglia, nel 98, addirittura in 2000 su una sola nave, il governo (Prodi) affrontò l'emergenza e non successero tragedie ne la gente del posto si ritrovò situazioni ingestibili.
Il furbo Maroni ha fornito a Silvio l'alibi per continuare a governare sventolando la necessità della presenza di un governo forte per far fronte all'emergenza.
E' già: perché se c'è l'emergenza serve un govenro, quindi non si può mica andare ad elezioni anticipate o che so io sciogliere le camere. No, perché serve un governo che "fronteggi" l'emergenza. Certo, se si amministrava con più saggezza, gli immigrati si spostavano da Lampedusa prima che questi raggiungessero un numero tale da sovvertire l'ordine a Lampedusa. Invece Maroni non l'ha fatto. Un maligno come me potrebbe pensare che questo è stato tutto architettato per creare una nuova emergenza. E creata la nuova emergenza c'è bisogno dei soldi per gestirla e sopratutto di un governo che la gestisca.
Ma si sa, quellli come me sono maligni. Pensano sempre male ... vedono complotti dove non ci sono e poi non si rendono conto della gravità (!) delle emergenze. Poi, si sa che chi pensa male fa peccato.
Però spesso c'azzecca.


«Mancano 2000 pasti a Lampedusa. Maroni: venite già mangiati » Dario Vergassola 29 marzo, Parla con me.

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permalink | inviato da Pa.P il 29/3/2011 alle 23:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
In movimentI
post pubblicato in diario, il 27 marzo 2011
Non mi han convinto i pessimisti NO, non mi han convinto i disonesti no, non sono persuaso dai persuasori: io seguo il ritmo dei lampioni sul lungomare del mondo. (cit. L.C)
Tanta bella gente ieri alla manifestazione per l'acqua pubblica e per i referendum. [A proposito c'andate a votare 4 SI ai referendum il prossimo 12 giugno, vero? - tanto sappiate che vi tempesterò di email, telefonate, messaggi su fb e chi più ne ha più ne metta non avrete scampo :)]

Rivisti tanti ex viola: sono sollevato dal fatto che convidividiamo battaglie comuni. Certo l'unità fa la forza, e non vale solo in generale ma anche e sopratutto per un movimento senza gerarchia.
Senza vuota retorica e senza volontà di ergermi a quello che capisce tutto e vuole convincere gli altri: chi ha lasciato adduce motivazioni tipo: "il movimento non c'è più, s'è sfibrato, è altra cosa da quello che era in origine".
L'unica osservazione che mi permetto di fare è che qualsiasi tipo di organizzazione (dai partiti ai sindacati, alle associazioni più varie ai movimenti ecc...) si sfibrano, perdono di consistenza e significatività e rischiano l'autodistruzione e infine l'estinzione se i loro membri decidono di lasciare.
L'identità che ci contraddistingue fin dall'inizio (qunado io non c'ero) era la somma delle nostre individualità delle nostre spiccate capacità critiche delle nostre risorse sia fisiche che mentali. Quindi non ci univa e non ci unisce una identità politica coerente ma comuni sensibilità nei confronti delle ingiustizie del nostro tempo e della pochezza della politica italiana. E le nostre spiccate personalità.
Metti assieme molte spiccate personalità (ma anche qualche pecorona) e la somma che ottieni è spesso un continuo e deleterio riassetto interno con problemi susseguenti dovuti ai comportamenti dei singoli e anche agli errori della collettività del movimento. Questa in breve la ragione della nostra debolezza e la ragione degli abbandoni di cui sopra: tante teste tante idee, e ovviamente anche tante intenzioni spesso contrastanti che vorrebbero o avrebbero voluto plasmare il movimento in un senso o nell'altro.
Ma questa, anche se non ve ne siete accorti è sempre stata la nostra FORZA. Non sono richiesti giuramenti o peculiari credo politici per entrare a far parte della nostra piccola vitale e litigiosa realtà: solo voglia di cambiare le cose, capacità critica, coscenza, un briciolo di conoscenza e tanta indignazione che fa da sprono a sporcarsi le mani in prima persona senza aspettare politici e sindacalisti.
La nostra debolezza è insanabile, sappiatelo. Infatti la nostra debolezza è anche la nostra forza: nel nostro movimento potrebbero entrare tutti quegli italiani che nelle loro immense diversità si oppongono al berlusconismo, non solo politico ma matrice culturale. Potenzialmente potremo essere un movimento di 25 milioni di persone. (tanti coloro che secondo i dati elettorali non si riconoscono nel berlusconismo). Se vi da fastidio il termine berlusconismo potete sostituirlo con i molti termini che definiscono le nostre moltepolici identità: partecipazione, ricerca della felicità, ricerca della libertà, solidarietà, apartiticità nel senso di autonomia cognitiva ed economica dai potentati politici e imprenditoriali, reponsabilità, rispetto per le leggi inteso come rispetto della Giustizia, rispetto e propagazione dei valori Costituzionali, rispetto per i diversi, rispetto e protezione dell'ambiente e dei beni comuni.
La cosa bella è che chiunque di noi leggerà questo testo troverà molti aspetti non toccati e penserà di averne potuto produrre uno migliore. Quindi il nostro movimento cos'è? Il nostro movimento siamo noi stessi. La mancanza di alcuni membri indebolisce il movimento visto che il suo sangue e le sue energie sono i nostri: però ovviamente il tutto è più grande e più importante della somma delle singole parti semplicemente perché a fare le cose insieme si ottengono risultati migliori: più cervelli lavorano meglio che un cervello solo, alla faccia di tutte le nostre forti personalità che pensano di ergersi sopra gli altri.
Per costruire un futuro diverso, un Italia migliore serve il contributo di tutti e noi possiamo dare il nostro solo se non ci perdiamo in inutili e autodistruttive polemiche e se non ci facciamo attirare dalle voci delle sirene persuaditrici: l'ho detto in partenza: politicamente siamo eterogeneii questo non deve allontanarci o spaventarci: siamo dotati di cervelli funzionanti quindi ognuno vede il proprio lato della medaglia e fa le sue considerazioni.
Concludo che se i pessimisti non mi hanno persuaso a mollare, non mi hanno nemmeno attirato i tanti persuasori che vogliono servirsi delle nostre capacità, dei nostri cervelli, delle nostre energie per i loro fini politici ed elettorali. Leciti, ma che finora non mi hanno convinto.



Io seguo il ritmo, il mio ritmo, sul lungomare del mondo.




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permalink | inviato da Pa.P il 27/3/2011 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
la soluzione che sai ma che non vuoi ammettere
post pubblicato in diario, il 20 marzo 2011
L'unica strada per farla finita coi dittatori mediorientali è boicottare il petrolio, cioè non usare l'automobile. Cosa che faccio da sempre. W la bici, w la libertà!

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permalink | inviato da Pa.P il 20/3/2011 alle 22:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
L'intervento in Libia è auspicabile
post pubblicato in Notizie, il 19 marzo 2011

La Libia, paese africano del Maghreb, vicina alle coste italiane poche decine di chilometri è da mesi scossa da una vera e propria guerra civile.
Da una parte le forze leali al rais Gheddafi, l'esercito regolare e truppe di mercenari dell'Africa Sud sahariana ingaggiati dallo stesso Gheddafi per uccidere i rivoltosi. Dall'altra ci sono la maggioranza dei libici. Libici stanchi della dittatura autoritaria e paternalistica finto-socialista di Gheddafi, che dal 1° settembre 1969 ad oggi è il padrone supremo della Libia.

Un po di storia
Muhammar Gheddafi è un dittatore, che si è fregiato del titolo di Capo della Rivoluzione (quel colpo di stato che lo portò al potere) ed è personalità sfuggente e pericolosa. Nella sua lunga vita politica ha affermato tutto e il contrario di tutto: dal finto socialismo rivoluzionari oa cui diceva di ispirarsi negli anni Sessanta e Settanta, passa all'islamismo anzi al panislamismo con il suo libro verde pubblicato nel 1976, addirittura cambia la bandiera nazionale facendola diventare tutta verde nel 1979, colore dell'Islam. Tra le sue prime azioni le più significative sono tutte in chiave anti europea e anti italiana. Promuove la nazionalizzazione delle imprese petrolifere e dei pozzi con la cacciata delle imprese europee, in primis l'Eni, che le avevano costruite, decide per l'adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana che ancora viveva nella ex colonia, culminate col decreto di confisca di tutti i beni mobili ed immobili degli italiani in Libia del 21 luglio 1970. Molti degli "italiani" che furono cacciati erano in realtà nati in Libia. Una misura razzista e connotata di forte retorica populista, come d'altronde sarà tutta la sua politica. Gli italiani furono privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all'INPS e da questo trasferiti in base all'accordo all'istituto libico corrispondente, e furono sottoposti a progressive restrizioni finché furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970. Dal 1970, ogni 7 ottobre in Libia si celebra il “giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell’espulsione di 20.000 italiani. Negli anni della Dc, si instaura tra Gheddafi e i vari Andreotti Forlani e altri esponenti Dc, un rapporto privilegiato di non ingerenza reciproca e strisciante quanto inopportuno aiuto. La Dc vedeva nel dittatore una sorta di ponte tra il vicino Islam e l'Italai, a Gheddafi la situazione faceva comodo. Negli anni ottanta si ha la sua svolta politica: la sua indole anti-israeliana e anti-americana lo portò a sostenere gruppi terroristi come la palestinese Settembre Nero. Fu anche accusato dall'intelligence statunitense di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, ma egli si dichiarò sempre innocente. Per tutta risposta alle ingenti dimostrazioni di amicizia degli avventati governi italiani si rese responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, nel 1982, fortunatamente senza danni. L'Italia decise di continuare a subire e anche di fronte a una provocazione simile lasciò inalterati i rapporti privilegiati col dittatore libico. Solo il partito comunista e il partito radicale erano marcatamente anti Gheddafi.
Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America all'inizio degli anni 80 sopratutto per il fatto che Gheddafi continuava a finanziare gli attentati contro Israele, la Libia fu progressivamente emarginata dalla comunità internazionale. Il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia.

La situazione odierna

Dal 1990 al 2010, Gheddafi ha smesso di finanziare il terrorismo e iniziato una sua lenta marcia di riavvicinamento alal comunità internazionale. Nei primi anni duemila, gli ultimi sviluppi della politica libica di Gheddafi hanno portato ad un riavvicinamento agli USA e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico. Grazie a questi passi l'allora presidente statunitense George W. Bush decise di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia (in cui rimangono invece l'Iran, la Siria e la Corea del Nord) portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti. Il 10 giugno 2009 si è recato per la prima volta in Italia in visita di Stato; Gheddafi ha soggiornato tre giorni in Italia, seppur fra molte polemiche e contestazioni. Il leader libico si è recato al Campidoglio, a La Sapienza (dove ha ricevuto la contestazione degli studenti del movimento dell'Onda), alla sede di Confindustria e ha incontrato le massime cariche italiane. La politica italiana si dimostrò ancora una volta accondiscendente e amica del dittatore sopratutto per calcolo economico. Infatti le finanziarie libiche erano entrate con propri capitali nelle maggiori aziende italiane, dall'Eni alla strategica quota nella para - pubblica Finmeccanica fino ad avere una quota azionaria del 7,5% in Unicredit (maggiore banca italiana e quarta in Ue).
Il Trattato di Bengasi, o trattato di amicizia Italo - Libico è il coronamento di questa politica. Firmato a Bengasi il Il 30 agosto 2008 su volere di Silvio Berlusconi prevede all'articolo 4 una reciproca non intromissione negli affari interni dei due paesi e 4 miliardi di euro a fondo perduto che l'Italia si è accollata per rispondere alle richieste del dittatore con la scusa di risarcimento per i danni della colonizzazione.

Rivoluzione popolare versus Rais

La Libia come tutto il Maghreb è scossa da mesi da forti tensioni interne. Parte del paese, sopratutto la Cirenaica e la zona a est, vicino all'Egitto, è finita nelle mani dei ribelli e a fine febbraio 2011, i cosiddetti ribelli avevano assediato le ultime città libiche in mano alla dittatura. Da circa un mese abbiamo assistito ad un totale capovolgimento. Le forze militari libiche hanno ribaltato la situazione, lasciando sul loro cammino morte e distruzione. Prima Smirne, poi Ras Lanuf sono tornate nelle mani delle forze fedeli al Rais. Ora Misurata, città portuale sede degli insorti che nel frattempo avevano stabilito un primo governo di transizione democratico è ora sotto assedio delle truppe e viene bombardata dalla aviazione libica. L'Onu ha finalmente deciso di imporre una No fly zone, zona di interdizione al volo, sopra parte della Libia per impedire all'esercito di continuare a bombardare i civili. La decisione è stata lenta, quasi 20 giorni, nei quali le forze civili libiche hanno perso molte città che erano state precedentemente liberate. Nessuna potenza democratica e occidentale ha aiutato finora gli insorti anche se sembra che essi potessero usufruire di aiuti umanitari Unchr dall'Egitto e da armi di provenienza non identificata. Nella indecisione europea e americana sta per finire il sogno di una Libia finalmente libera e magari un domani democratica. Sotto al fuoco e al terrore generato dall'artiglieria di regime muoiono i sogni dei libici di fare come in Tunisia ed Egitto: cacciare il dittatore e ricostituire uno Stato che permetta maggiore libertà, civili e politiche.

Gli occidentali si muovono

La situazione è stata chiara fin dal principio ad alcune cancellerie. Il primo a muoversi però è stato Sarkozy, Presidente della Francia che ha smosso gli indugi internazionali ed europei affermando che la Francia avrebbe promosso un intervento militare in Libia a favore degli insorti se la situazione fosse continuata a peggiorare. Evidente anche il possibile ritorno economico e geopolitico della strategia francese: una Libia liberata e riconoscente alla Francia, sarebbe terreno fertile per le aziende francesi, già forti in Tunisia, Marocco e Africa Sud Sahariana. Obama lo scorso 17 marzo ha rotto gli indugi e pronunciato l'ultimatum al Rais libico: rispettare il cessate il fuoco votato a inizio settimana dall'Onu e bloccare i bombardamenti della popolazione o " ve ne pentirete". Gb Usa e Francia pronte all'intervento militare in favore degli insorti. L'Italia resta la grande assente, forse bloccata più dall'amicizia tra il nostro Presidente del Consiglio e Gheddafi più che dall'articolo 4 del trattato di Bangasi. Tutti o quasi i paesi europei hanno deciso di dare piena disponibilità di uomini mezzi e basi all'iniziativa interventista. L'Italia strattonata per la giacchetta ha infine accettato di dare la disponibilità dell'uso delle proprie basi militari. Ma neanche un uomo o un fucile per difendere la libertà nella vicinissima Libia.
Strano si dirà, visto che in Afghanistan e Iraq abbiamo mandato l'esercito senza tanti ripensamenti, in paesi che per l'Italia sono molto meno importanti dal punto di vista geopolitico. L'Afghanistan fu un iniziativa NATO e americana. Ma l'invasione dell'Iraq su un iniziativa americana tou cour. Eludendo l'articolo 11 della nostra Costituzione, che darebbe legittimità ai soli interventi militare difensivi, siamo corsi a fare guerra a migliaia di chilometri da casa in nome della difesa della libertà.
Ora, che a difendere la libertà sotto casa, cioè in Libia, dovremo in primis pensarci noi, Italia, e non Gb Francia e USA, tentenniamo. Adduciamo scuse e costruiamo nelle nostre paure e ragioni per evitare un conflitto contro un dittatore che ha per 40 anni minacciato anche il nostro Paese. L'Italia appare disorientata e il governo italiano succube delle decisioni di Francia e Usa. Intanto le forze di Gheddafi hanno accerchiato l'ultima grande città in mano ai ribelli, che hanno combattuto a rischio della loro vita per liberare il loro paese dalla dittatura.
L'intervento militare occidentale, guidato come al solito dagli Usa, potrebbe però arrivare troppo tardi a strage di ribelli avvenuta. Ribelli che sarebbe più giusto chiamare patrioti. E governo legittimo libico che sarebbe più giusto chiamare la più feroce e repressiva dittatura del Maghreb. Dittatura con la quale fino a ieri siamo stati fedeli alleati e validi interlocutori finanziari ed economici. Questo episodio dovrebbe servire da monito per le future decisioni militari, strategiche e diplomatiche italiane: è meglio difendere la libertà sulle rive di casa piuttosto che andare a difenderla nelle sperdute montagne dell'Afghanistan, che sta dall'altro capo del mondo. Non si tratta di essere pacifista io militaristi: per potersi presentare agli occhi dell'umanità come una nazione democratica l'Italia non può e non deve rinunciare totalmente a una propria politica estera anche interventista, quando l'intervento lo si fa per difendere gli insorti che reclamano la libertà. Altro si potrebbe obiettare di quelle guerre fatte anche per appropriarsi dei giacimenti petroliferi: anche la Libia ne ha, proprio come l'Iraq. E certo, anche l'Iraq come la Libia era retto da un dittatore.

Ammesso e non concesso che si debba promuovere la guerra per ottenere la pace e la democrazia allora ha più senso promuovere un intervento militare per la democrazia sulle sponde di casa piuttosto che a migliaia di chilometri di distanza come è successo per Afghanistan e Iraq.

La corte ha deciso: W il crocifisso!
post pubblicato in Notizie, il 18 marzo 2011
L'Europa, o meglio la corte europea per i diritti umani di Strasburgo, ha affermato che l'Italia può continuare a esporre il crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche e ha affermato che non vìola la libertà religiosa.
Attenzione.
Attenzione perché la corte di Strasburgo, i cui giudici evidentemente quel giorno devono aver mangiato molto pesante, è arrivata a tale sbalorditiva sentenza spiegando che "il crocifisso è un simbolo clturale".
Crocifisso come simbolo culturale e non come simbolo religioso.

Ad ogni persone di buon senso questa faccenda dovrebbe puzzare. Il crocifisso, simbolo della Passione e morte di Cristo sulla croce, e simbolo della sua vittoria sulla morte E' il SIMBOLO del Crisitanesimo. E mi ca da oggi, ma dal Concilio di Calcedonia del 451!! Da allora, il crocifisso è sempre stato il simbolo religioso per eccellenza, simbolo religioso del Cristianesimo in tutto il mondo, così come la mezza luna è il simbolo dell'Islam. La crisitanizzazione del Sud America è avvenuta tramite l'imposizione da parte dei missionari e dei conquistadores del crocifisso agli indios. Tanto che gli Indios presero ad aver paura del crocifisso, altroché considerarlo simbolo di redenzione dalla Morte e Resurrezzione: per loro significava conversione o morte. Più spesso la seconda.

Ma vediamo come si è giunti alla sentenza di oggi.

La Corte ha scritto la parola fine sul dossier del caso 'Lautsi contro Italia'. Un procedimento approdato a Strasburgo il 27 luglio del 2006. Allora l'avvocato Nicolò Paoletti presentò il ricorso con cui Sonia Lautsi, cittadina italiana nata finlandese, lamentò la presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica frequentata dai figli, ritenendo tale presenza un'ingerenza incompatibile con la libertà di pensiero e il diritto ad un'educazione e ad un insegnamento conformi alle convinzioni religiose e filosofiche dei genitori. La prima sentenza della Corte (9 novembre 2009) diede sostanzialmente ragione alla signora Lautsi, affermando la violazione da parte dell'Italia di norme fondamentali sulla libertà di pensiero, convinzione e religione. Il Governo italiano, a quel punto, domandò il rinvio alla Grande Chambre della Corte, ritenendo la sentenza 2009 lesiva della libertà religiosa individuale e collettiva come riconosciuta dallo Stato italiano. Con sentenza d'appello definitiva, i giudici dell'organismo del consiglio d'europa hanno sottolineato che, mantenendo il crocifisso nelle aule della classe frequentata dai figli della donna che ha fatto ricorso, "le autorità hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone
l'italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell'esercizio delle funzioni che assume nell'ambito dell'educazione e dell'insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l'istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche".

Per la prima volta nella vita sono d'accordo con il rabbino capo di Roma, Riccardo di Segni: "Dire che il crocifisso è simbolo culturale è, a mio parere, mancargli di rispetto". Vero. E' una mancanza di rispetto. I veri cristiani non dovrebbero seguiire il cattivo esempio delle alte gerarchie ecclesiastiche (le stesse per le quali la bestemmia va contestualizzata- se a pronunciarla è Silvio Berlusconi) che esultano inappropriatamente. Il Vaticano vuole farci credere che il crocifisso è un simbolo della nostra cultura e ha vinto la sua battaglia imponendo all'Europa questa sua visione storico religiosa dell'Italia.

Come se l'Italia, o meglio le sue popolazioni, fossero da sempre cristiane. Grande corbelleria. Saimo stati per 3 millenni "pagani". Se il crocifisso fa parte della mia cultura allora ne fa parte anche Thor o il dio albero o il dio fiume. Ci sono poi parti dell'allora Impero Romano che furono cristianizzate molto dopo l'editto di Milano o anche detto editto di Costantino (che dopo le guerre religiose del periodo Repubblicano stabilì nel 313 la fine del paganesimo come religiose ufficiale dell'Impero Romano e proclamare la neutralità dell'Impero nei confronti di ogni fede. - da lì in poi l'Italia venen cristianizzata) - ad esempio la Val di Non nel Trentino occidentale venne cristianizzata solo dopo il 400 dopo Cristo. Però uomini hanno abitato il Trentino fino dal 3000 avanti Cristo (come testimoniato dalla "mummia del similaun" - che non era cristiano sicuaramtne visto che ha vissuto 3000 anni prima di Cristo, appunto).

il crocifisso è un simbolo religioso. E come tale rappresenta una religione e non tutta la cultura italiana e quindi NON RAPPRESENTA TUTTI GLI ITALIANI, visto che non tutti gli italiani sono Cristiani. Non c'è spazio per simboli religiosi in una scuola pubblica perché la scuola pubblica come lo Stato, è laico - cioè non religioso. O no?

E' evidente inoltre la miopia dei nostri attuali governanti e delle gerarchie Vaticane. I dati demografici ci dicono che i figli dell'Islam e di altre culture aventi differenti credo dal nostro, sono sempre più parte maggiore nella società italiana. Essi, anche se nati da genitori stranieri, sono e saranno giuridicamente a tutti gli effetti italiani in quanto nati qui. Anche se avranno, ovviamente, ereditato lingua usi e costumi (quindi anche religione) dai loro genitori. La demografia ci illustra un Italia del 2050 in cui gli italiani di origine straniera saranno già il 20% della popolazione. Oggi imponiamo il crocifisso. Domani, con la stessa logica, potrebbe essere imposta la Sharia.
Non voglio pensare ai miei pronipoti (se ci saranno) costretti a sottostare a precetti e a simboli culturali e religiosi di una religione che magari sarà maggioritaria e non sarà quella cattolica. La laicità dello Stato è un patrimonio per tutti. Perché ci rende tutti uguali e impone che nessuna religione possa imporre niente all'altra. Impone anche che nessuna religione possa impartire regole generali valide per tutti.
In uno Stato laico si è liberi di essere cristiani come si è liberi di essere mussulmani o ebrei o qualunque altra cosa. Ma si è liberi anche di non essere credenti.
Una corte che obbliga i bambini dei non credenti al crocifisso dei credenti è uan corte Talebana.
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