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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
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post pubblicato in Notizie, il 28 febbraio 2010

Il seguente  è un altro mio articolo scritto qualche giorno fa per l'agenzia giornalistica per la quale collaboro. Tratta di un documentario a cui ho assistito alla presntazione per la stampa e alla relativa conferenza stampa.


“Più o meno. Il sesso confuso”, è un documentario innovativo nella struttura narrativa e nelle tematiche che parla della storia della società e di come questa è stata trasformata dall’AIDS che sarà presentato in anteprima nazionale domani alla Cineteca. E’ la storia della malattia raccontata attraverso le esperienze personali e i sentimenti dei protagonisti, 30 tra medici, attivisti, persone del settore ma anche persone comuni e una classe del liceo Galvani di Bologna, intervistati in luoghi pubblici su di una poltrona bianca, simbolo della malattia che è parte del mondo.

Andrea Adriatico e Giulio Maria Corbelli ne sono i registi. “Il documento non è l’Aids. Non le cure, non la malattia, ma il pensiero e le emozioni sulla malattia. Le domande che essa porta è ciò che per me conta. Domande di vita, spesso d’amore. Domande su come un virus in libertà e senza cura possa cambiare le prospettive e il corso dell’esistenza. Questo documentario raccoglie volti e voci che aspettavano un occasione per parlare e dare senso a ciò che senso non ha” dice Andrea Adriatico.

Il documentario racconta con vivacità e freschezza i decenni dell’Aids: dalla liberazione dei costumi sessuali degli anni ’70, al terrore della morte e alla confusione per la malattia terribile propria degli anni ’80, alla rinascita della speranza per i contagiati grazie ai nuovi farmaci negli anni ’90, al silenzio assordante dei giorni nostri.

“Credo che la parte degli anni 2000 sia la parte che scuote di più - afferma Andrea Adriatico – perché, anche se io e Giulio abbiamo vissuto gli anni in cui il virus mieteva il maggiore numero di vittime come gli anni della nostra adolescenza, quindi gli anni in cui ci affacciavamo alla sessualità – continua – negli anni 2000 c’è la necessità di rilanciare la questione della sessualità dopo l’avvento dell’AIDS. Il bareback cioè omosessuali consapevoli che fanno sesso non protetto, rischiando, al fine di riappropriarsi di una dimensione più intimista della sessualità, l’abbassamento della percezione della pericolosità del virus che è propria dei giorni nostri e i giovani del liceo terrorizzati dall’idea di poter incontrare nella loro vita sessuale un sieropositivo e che affermano candidamente che lo escluderebbero, sono alcuni dei fenomeni sociali recenti raccontati nel documentario e che lasciano interdetti.

I protagonisti sono intervallati dalle due voci narranti che rappresentano due vissuti, due differenti punti di vista: quello di chi - “il più” è Giulio Maria Corbelli - ha involontariamente incontrato il virus nella sua vita, e chi - “il meno” è Andrea Adriatico - a causa della malattia ha perso amici, persone care e occasioni di spontaneità, ma è rimasto fuori dal gruppo dei contagiati.

L’obiettivo non è descrivere la malattia o fare informazione su di essa “informazione ce n’è già, quello che manca oggi è capire perché una malattia come nessuna prima di essa, è stata capace di produrre effetti sull’intera società e sui comportamenti individuali” dice Corbelli.

“La malattia è ancora vissuta come una colpa, una vergogna, è una malattia che ti segna, che lascia uno stigma” dice Stefano Benni, uno degli intervistati. Il documentario mette in luce come in Italia non c’è stata la condivisione e la rielaborazione che c’è stata in altri paesi e la stessa nascente comunità gay italiana negli anni ’80, gli anni della scoperta della malattia, non è stata capace di creare al proprio interno una discussione e le persone contagiate hanno vissuto la malattia in solitudine. “Sono morte da sole” – afferma durante il documentario Alessandra Cerioli, presidente di Lila intervistata al lido di Dante a Ravenna. Mentre negli Usa e in Gb gli attivisti hanno combattuto perché si parlasse e si diffondesse la consapevolezza della malattia, e si facesse qualcosa per fornire ai malati dei nuovi farmaci con dimostrazioni come il lancio delle ceneri dei compagni morti di AIDS sui giardini della Casa Bianca, in Italia non c’è stato nulla di tutto ciò, la società italiana ha escluso il malato, ha isolato le famiglie, ha tentato di nascondere una realtà. Nel documentario c’è l’assenza totale delle famiglie dei contagiati, totalmente incapaci, nella stragrande maggioranza dei casi, di affrontare serenamente la malattia, molte hanno lasciato soli i figli per la vergogna.

“Nei primi anni dell’Aids alcuni bar rimossero le zuccheriere comuni e cominciarono a servire il caffé in tazzine usa e getta. In comportamenti insignificanti come questi si nasconde l’effetto sottile ma pervasivo che l’Aids ha compiuto, insidiandosi nelle relazioni interpersonali facendo nascere il sospetto, il senso di pericolo insito nel corpo dell’estraneo che prima non c’era. Credo che un evento terribile come l’Aids possa essere un’occasione per acquisire consapevolezza. L’Aids è una occasione preziosa” conclude Giulio Corbelli.





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permalink | inviato da Pa.P il 28/2/2010 alle 10:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Qualcosa si muove in Egitto
post pubblicato in Notizie, il 20 febbraio 2010

Ieri, 19 febbraio 2010, una folla di circa un migliaio di persone ha affollato e intasato per ore tutte le uscite dell'aeroporto del Cairo. Festeggiavano il ritorno in patria di El Baradei, che è stato per 15 anni a capo dell'Aiea, agenzia internazionale per l'energia atomica, premio nobel per la pace 2005.

La folla era composita: attivisti dei diritti umani, intellettuali, membri di associazioni, cittadini comuni e anche alcuni membri dei Fratelli Mussulmani, manifestavano pacificamente e in modo chiassoso la loro felicità per quello che loro ritengono una grande speranza per l'Egitto.

El Baradei in una recente intervista rilasciata a margine della cerimonia per il suo congedo dall'Aiea, non ha escluso che in futuro possa occuparsi della politica del suo paese natale.


Nella medesima intervista ha affermato che non esclude una sua candidatura alla Presidenza dell'Egitto per le prossime elezioni, ma solo se si tratterà di libere elezioni. Hosni Mubarak è dal 1981Presidente della Repubblica Araba d'Egitto e Presidente del Partito Democratico Nazionale (NDP – partito istituito nel '78 dal presidente Sadat). Il governo ultracentralista di Mubarak è lungi dall'aver portato l'Egitto alla democrazia. Mubarak è stato rieletto a pieni voti nel 1987, 1993, 1999 e nel 2005, sempre a seguito di elezioni che tutti gli osservatori internazionali hanno definito scarsamente libere e influenzate dal controllo della polizia e dell'esercito.

Il regime egiziano è caratterizzato fin dai tempi di Sadat e sopratutto durante il periodo di potere di Mubarak, da un forte autoritarismo e da forme sostanziali di "culto della personalità" anche se ha dimostrato un notevole grado di stabilità che ha agevolato gli investimenti stranieri e il turismo. Mubarak ha fatto occupare i posti di maggior responsabilità all'interno dell'apparato statale da suoi sodali e da suo figlio Gamal. Le istituzioni in Egitto sono espressione della classe militare che guida ininterrottamente il Paese dal 1951 e che tuttora esprime la metà dei ministri.
Forti anche le critiche all'ambigua la politica di liberalizzazione economica del regime di Mubarak: se è vero che sono stati autorizzati nuovi partiti politici non in linea con la guida del partito egemone cui appartiene il Presidente, tra i quali spicca quello dei Fratelli Musulmani, con una sua sostanziosa presenza parlamentare, grandi sono gli ostacoli che il regime ha sempre posto allo sviluppo di una libera opposizione col ricorso a misure detentive e processi farsa da parte di una magistratura piegata al potere presidenziale.

Il fatto che in un paese dove manchi la piena libertà di espressione e di opposizione, come l'Egitto, dove la vita pubblica è fortemente controllata dal regime, sia avvenuta una manifestazione come quella del 19 febbraio scorso, senza che vi siano stati scontri con le forze dell'ordine, fa ben sperare in un possibile ammorbidimento del regime repressivo di Mubarak.

El Baradei, diplomatico e politico di lungo corso, dal pedigree democratico internazionalmente riconosciuto, che gode della stima di buona parte della comunità internazionale per il suo equilibrio dimostrato negli anni nei quali è stato presidente dell'Aiea, sarebbe un avversario temibile non solo per il rgime nazionalista di Mubarak, ma anche per l'islamismo radicale dei Fratelli Mussulmani.

El Baradei potrebbe dare voce alla borghesia liberale cittadina egiziana, lontana tanto dal regime repressivo di Mubarak quanto dall'islamismo radicale islamico, e potrebbe in questo senso caratterizzare una alternativa democratica di alta credibilità per l'Egitto.

Inoltre El Baradei potrebbe intercettare lo scontento popolare per un economia che cresce ma non riesce a redistribuire la ricchezza prodotta, e non riesce a sfamare e togliere dalla miseria buona parte delle masse di poveri che continuano a ricercare fortuna spostandosi dalla campagna (dal deserto) verso le grandi città.


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permalink | inviato da Pa.P il 20/2/2010 alle 12:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Crossing tv, la tv web cresce e trova una sede stabile
post pubblicato in Notizie, il 17 febbraio 2010

Questo lo pubblico perché così capite cosa faccio io. E' un articolo di un paio di giorni fa, leggermente modificato per non avere problemi con i diritti. (perché anche questo è stato pubblicato da un sito). Spero vi piaccia, come il precedente.

Crossing tv è la prima webtv italiana fatta da giovani per giovani, realizzata da una redazione interculturale, è visibile su internet all’indirizzo http://www.crossingtv.it/ e il prossimo 24 febbraio festeggerà il suo secondo compleanno.“Ora abbiamo un gruppo di sette ragazzi che fanno parte stabilmente del progetto e con loro abbiamo creato la nuova associazione culturale Crosslab perché l’associazione Crossing dalla quale nacque Crossing tv si esaurirà in alcuni mesi. Ci sono poi una decina di altri ragazzi che collaborano con noi” ci dice Silvia Storelli, direttrice artistica, nonché fondatrice di Crossing tv, e prosegue: “avevamo il pressante problema di trovare una nuova sede, problema che abbiamo risolto grazie all’imminente convenzione che stiamo firmando in questi giorni con la Cineteca di Bologna che ci fornirà degli spazi per la nostra attività in cambio della realizzazione di alcuni servizi di Crossing tv sulle attività da essa promosse.” Silvia Storelli prosegue mettendo in risalto il grande risultato della convenzione:“Questa convenzione è per noi un importantissimo riconoscimento del nostro lavoro da parte di una delle più importati istituzioni culturali cittadine e che ci smarca dall’essere solo legati all’ambito sociale e apre la possibilità di un riconoscimento culturale della nostra attività.”

Silvia Storelli mi parla di un altra importante novità: “Recentemente abbiamo inoltre deciso di rivolgerci a un target di pubblico più adulto, perché il rapporto dei giovanissimi con internet è ancora un rapporto troppo acerbo. Sul nostro sito curiamo un blog aggiornato quotidianamente dove ognuno dei ragazzi ha un proprio spazio personale e segue propri argomenti, anche io ho il mio”.

Nel recente passato si è parlato molto di Crossing tv su quotidiani locali e anche nazionali e la RAI ha dedicato loro numerosi servizi su RAINEWS e anche sulla rubrica settimanale del tg1 tv7. Due giorni fa Crossing tv è stata citata all’interno di un servizio del tg3 nazionale sulle web tv italiane. “A seguito del recente servizio tg3 l’utenza giornaliera che al sito è raddoppiata. Nel recente passato siamo arrivati a punte di diecimila contatti al mese. Un grande obbiettivo per una piccola realtà come la nostra in gran parte autofinanziata e che vive grazie alla vena volontaristica dei partecipanti al progetto.”

Nato come esperimento al Centro interculturale Zonarelli del Comune di Bologna, il progetto nel tempo ha avuto rilevante spazio su molti media locali ma anche nazionali.

Crossing tv è nata a Bologna il 24 Febbraio 2008 ed è una televisione on-line fatta da ragazzi italiani e stranieri tra i 16 e i 24 anni, nati in Italia da genitori italiani o stranieri o trasferitisi qui in età prescolare. L’obiettivo di Crossing tv è raccontare il mondo dei giovani e permettere loro di raccontarsi e così smontare i pregiudizi. Lasciando che siano proprio loro, i giovani, a parlare di loro stessi e del loro mondo, delle loro passioni, delle cose che gli piacciono. Ora è presente anche sui social network Facebook e Twitter.

I video dei giovani redattori/giornalisti sono divisi in quindici rubriche tematiche “alcune delle rubriche come Crosslife si stanno esaurendo ma in questi due anni di attività il progetto che ne è alla radice si è arricchito ed è cresciuto molto” ci dice Silvia Storelli. Tutte le rubriche trattano aspetti di particolare pertinenza al mondo giovanile, tematiche che sono interessanti per i ragazzi: “Generazioni in azione” è dedicata a inchieste sui iniziative rivolte ai giovani a Bologna, S.o. sex parla di contraccezione e prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili ed è realizzata insieme allo spazio giovani dell’Ausl di Bologna. La rubrica “Cartoline” raccoglie video in cui i ragazzi parlano dei luoghi più magici di Bologna, mentre “Mille mode” da spazio ai giovani stilisti stranieri attivi in città ed è realizzato con il contributo del comune di Bologna e del sito www.crossmode.it. La mission di Crossing tv, raccontare i molteplici e variegati universi giovanili che non vengono mai rappresentati dai mass media, cercando di scardinare i pregiudizi e contrastare gli stereotipi sui giovani attraverso la  creatività e la contaminazione artistica e culturale, è pienamente realizzata e il futuro di questa web tv è ricco di opportunità e di nuovi progetti editoriali.




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permalink | inviato da Pa.P il 17/2/2010 alle 20:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
GreenSocialFestival
post pubblicato in Notizie, il 11 febbraio 2010

Dal 14 al 19 febbraio il primo “Green Social Festival”: incontri, spettacoli, laboratori per 3mila ragazzi per educare alla lotta agli sprechi e a consumi eco-compatibili. E il preside di Agraria Andrea Segrè, ideatore del Last Minute Market, diventa attore per una conferenza scenica in anteprima nazionale

BOLOGNA - Luca e Paolo delle Iene e Patrizio Roversi, ma anche Pierluigi Bersani, Romano Prodi e don Luigi Ciotti. E poi Altan, l’attore Luca Zingaretti, Piergiorgio Odifreddi: saranno loro, insieme a tremila ragazzi delle scuole, i protagonisti del primo Green Social Festival, la manifestazione per educare alla sostenibilità ambientale e alla lotta agli sprechi che si svolgerà a Bologna tra il 14 e il 19 febbraio.

“Bologna per una settimana sarà capitale dell’ecosostenibilità”, dice il vicepresidente della Provincia Giacomo Venturi, che ricorda le politiche ecologiche messe in campo dall’amministrazione: servizio ferroviario metropolitano, riconversione eco-sostenibile di 14 aree industriali dismesse, nuove future infrastrutture per la mobilità (nuova stazione, aeroporto). E Andrea Segré, preside di Agraria e ideatore del circuito Last Minute Market che recupera alimenti invenduti, per il festival diventerà attore: a Palazzo Re Enzo condurrà infatti la conferenza scenica “Dialogo sul futuro”, dal tema “-Spr+Eco” (meno spreco più ecologia), animata da Caterpillar di Radiodue e dalle vignette satiriche di Altan.

Vari dibattiti saranno il cuore del festival: il 17 al convegno “Vivere sostenibile” parteciperanno tra gli altri Nichi Vendola, Stefania Pezzopane, presidente della Provincia dell’Aquila, la conduttrice radiofonica Paola Maugeri. Il 18 saranno a Bologna Bersani, don Ciotti, Ivan Lo Bello di Confindustria Sicilia e Fabio Granata, vicepresidente della Commissione antimafia, per il convegno “Responsabilità e legalità”, e il 19 il giornalista Federico Rampini, Romano Prodi, Robert F. Kennedy III per il convegno “Scenario internazionale e visione globale”. Lo stesso giorno l’attore Luca Zingaretti presenterà il cortometraggio di Wim Wenders “Il volo”, sull’accoglienza per i richiedenti asilo in Calabria.

Molte le iniziative rivolte ai giovanissimi, per avvicinarli ai temi del risparmio energetico e di una nuova economia: già 100 classi si sono iscritte ai laboratori didattici del festival, inoltre domenica 14 ci saranno una grande caccia al tesoro e una eco-passeggiata a San Michele in Bosco. Enzo Argante, direttore scientifico del festival, sottolinea: “Sono già tantissimi i festival in Italia, però la nuova economia sociale non nasce con discorsi retorici in inutili convegni, ma dalla comprensione della gente. Per questo il nostro festival punta proprio al contatto con il pubblico”. “E’ importante che un professore universitario si metta in gioco – incalza Segrè -: in questa prima edizione ci sarà solo Agraria, ma in futuro auspico un maggiore coinvolgimento dell’università”. “Il Green Social Festival – conclude Argante - sarà incentrato su azioni concrete di riduzione dello spreco, incidendo sul tessuto connettivo della società, facendo partecipare attivamente la gente e i ragazzi”. Tra gli eventi in programma anche sei mostre su riciclaggio, arte e design tra Palazzo Re Enzo e piazza Maggiore, le due sedi principali della manifestazione.


www.greensocialfestival.it


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permalink | inviato da Pa.P il 11/2/2010 alle 21:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
di Termini Imerese, di Globalizzazione e d'altre sciocchezze.
post pubblicato in diario, il 6 febbraio 2010

Il Paese è allo sfascio, e i politici esternano sul caso Morgan. La produzione scappa a gambe levate. Ci convertiremo nei servizi, si dice. Ma sappiamo tutti benissimo che, quanto a servizi, l’Italia ha sempre fatto schifo.
E poi, servizi a chi? A cosa? Se la produzione non c’è più, da dove viene il denaro per far girare questo grande business di servizi? Piovono dal cielo come la Manna?
Diceva L’Avvocato Agnelli che, da che mondo è mondo, la vera ricchezza si fa sempre in fabbrica alle sei del mattino. Oggi Marchionne precisa, che sì, è proprio così, però in Brasile, in Polonia, in Cina e in altri posti, ma non qui! Nemmeno se lo pagano. Forse nemmeno se gli stipendi li pagasse lo Stato. Nemmeno per sogno. Via a gambe levate.

Sergio Marchionne quando parla sembra un ragazzotto che si è accorto tutto ad un tratto di essere diventato adulto.
Uno che i genitori lo portano in vacanza in un posto lontano, lui guarda dal finestrino dell’aereo e, all’improvviso, realizza che il mondo è grande, vasto, vario e pieno di cose. E lui che cazzo ci sta a fare al paesello.
In soldoni (è proprio il caso di dirlo) in tutte le sue dichiarazioni dice una cosa sola: noi adesso siamo una multinazionale e Termini Imerese (ma anche le altre fabbriche italiane) è solo uno dei puntini sulla mappa. O una riga del nostro bilancio. Una riga che non ci piace, e quindi, se cancelliamo il vostro puntino, cancelliamo anche la riga del bilancio che non va.
Marchionne è uno che sta facendo di tutto per smettere di essere italiano. Non credo che lo faccia per esterofilia, anzi, probabilmente ama il posto dove è nato. Ma ha capito che, se vuole raggiungere i suoi obiettivi, stavolta la FIAT deve lavorare seriamente. E lavorare seriamente non è una cosa molto italiana. E soprattutto in italia costa troppo (ovvero: costa il giusto, che oggi come oggi è decisamente troppo).
L’Italianità però, certo, è un valore, e lui lo sa. Però ha anche capito che quello che gli stranieri amano dell’Italia non è l’Italia: è solo l’idea dell’Italia.
Quindi lui va via, che l’Italia con sè non ce la può portare, ma l’idea di Italia se la può portare dietro senza problemi, essendo cosa immateriale e immaginaria. Tutto quello che gli serve dell’Italia, in fondo, non sta in Italia.

Si chiama delocalizzazione della produzione, ed è una cosa semplice: se ti danno la possibilità di avere impunemente degli ottimi schiavi, perchè dovresti restare dove ti tocca trattare la forza lavoro in modo umano?
Lo fanno tutti, non è peccato. Quando a Genova i ragazzi hanno gridato di globalizzare prima i diritti e poi le merci, li hanno presi a mazzate. E la gente aveva paura del Black Bloc. Adesso avranno capito che il vero black bloc stava dentro al palazzo a discutere “le fantastiche opportunità della globalizzazione”? Eccole qua le opportunità. Divertenti, vero?

La cosa più brutta di questa fase post-industriale è che i nuovi poveri si vergognano di essere diventati poveri. E si nascondono. Ci sono un sacco di nuovi poveri che fanno finta di niente, magari non mangiano da un mese ma hanno preso l’iPhone.
E c’è un sacco di gente che vive dilapidando eridità secolari facendo finta di farcela benissimo con le proprie forze. C’è gente di cinquant’anni che chiede aiuto ai genitori per arrivare a fine mese. C’è gente sposata che non fa bambini perchè sennò dovrebbe rinunciare alle scarpe di Prada che comunque non potrebbe permettersi lo stesso, ma il negoziante è un amico e gliele sta pagando poco per volta.

Loro delocalizzano e noi ce ne lamentiamo, però fare gli operai non ci piace per niente. Perchè alla TV gli operai non li fanno mai vedere, nemmeno un operaio che faccia una cazzo di apparizione in un quiz. Anche nelle trasmissioni giornalistiche che parlano dei problemi degli operai ormai ci vanno le mogli degli operai a parlare, che almeno sono  un minimo più telegeniche.

Il Paese è allo sfascio e loro parlano di Morgan che si fuma la coca. Mentre qui il baratro piano piano sta diventando profondo, profondissimo, solo che ci teniamo una coperta sopra e ci spargiamo un po’ di foglie secche, che non si veda. E ci balliamo tutti intorno, a questo cazzo di baratro, continuando a riperterci che noi no, non siamo mica così scemi da caderci dentro, però ci avviciniamo.

Culturalmente, poi, dentro al baratro ci stiamo da un pezzo. Per non parlare della politica, che sarebbe quella cosa che consente alla gente, partecipandovi attivamente, di incidere sul processo decisionale. Adesso tutto ciò sembra una barzelletta. Abbaimo abbattuto i partiti della Prima Repubblica, ma nella cosiddetta seconda repubblica la politica si è ulteriormente allontanata dalla gente.

Mi preme sottolineare un ultimo punto: Marchionne e la Fiat ha preso gli incentivi alla rottamazione, ma attenzione! Gli incentivi alla rottamazione sono andati alle persone che hanno comprato le auto e non alla Fiat. Per di più in Italia nel biennio 2008-2009 solo il 30% delle nuove immatricolazioni sono state auto Fiat. Il che significa che dell'ammontare totale della cifra stanziata per le rottamazioni, solo il 30% è andato a Fiat, il resto è andato ad altri produttori stranieri (che non producono in Italia, non danno occupazione da noi quali: Toyota, GM, Peugeot, Renault, Citroen, Bmw, Ford ecc...)

Vorrei poi dare un informazione a chi legge: Quando Montezemolo dice che non ha preso un soldo pubblico per la Fiat, dice la verità.

Perché? Perché l'Italia fa parte dell'Ue e le restrittive norme sugli aiuti di stato dell'Ue le hanno impedito di fatto di sostenere con soldi pubblici le aziende private italiane. Sennò la Ue ci avrebbe fatto la solita proceduta di infrazione. (multa europea per non aver rispettato i dettami economici di Mastricht e le norme EU) Certo i soli pubblici alle aziende alla fine arrivano sotto altre forme: sgravi fiscali, cassa integrazione, mobilità, ammortizzatori sociali vari, aiuti per le nuove assunzioni (ad esempio i soldi che le aziende private si prendono dall'UE ogni volta che ti danno la possibilità di un tirocinio, anche non pagato presso di loro). Però affermare come ho sentito fare ieri a Ferrero e Vendola che Fiat andrebbe nazionalizzata perché in fondo è sempre sopravisssuta con i soldi dei contribuenti è un emerita stronzata. Fiat non è Mediaset che è diventata una grande società grazie alla legge Mammì che gli regalò le frequenze per trasmettere, voluta da Craxi. Fiat non è Alitalia. Fiat non è Eni e neppure Enel.

Sono ventanni che c'è il Berlusconismo. E si sa che la politica industriale del Berlusconismo è sempre stata aiutare le partite IVA, i piccoli imprenditori (che insiene la mondo delle professioni sono i vero bacino di voti del PDL) e FREGARSENE ALTAMENTE DELLE GRANDI AZIENDE come Fiat. Non stupiamoci se poi grandi aziende come le acciaierie Alcoa, Motorola, Fiat ecc dismettono la loro produzione in Italia.

Dicevo che Marchionne se ne va con le fabbriche sottobraccio. Certo, la sua opportunità l’ha avuta da una famiglia che ha creato un impero grazie all’Italia e non nonostante l’Italia. Ma quella è acqua passata: ormai è un uomo transnazionale, lui. Sicuramente starà pensando che l’Italia, vista dall’alto, è proprio buffa e piccolina. E magari, mentre guarda in basso, gli viene pure l’impulso di sputare. (e io non lo biasimo affatto)


by Paul HOlden :)


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permalink | inviato da Pa.P il 6/2/2010 alle 11:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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