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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Buon 2010
post pubblicato in Ex Libris, il 30 dicembre 2009
Il testo che propongo qui di seguito non è mio ma del ben più noto Giacomo Leopardi, precisamente si tratta di "Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere" tratto dalla raccolta di brevi racconti Operette morali. L'ho ripreso da http://it.wikisource.org/wiki/Operette_morali/Dialogo_di_un_venditore_d'almanacchi_e_di_un_passeggere, ed è il mio modo un po originale per augurare a tutti i lettori di questo blog un anno nuovo possibilmente un po migliore di quello precedente (e se quello che sta per passare è stato buono, vi auguro un anno altrettanto buono). Inutile dire che per migliorarvi le giornate potete continuare a leggermi :))

Venditore
Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere
Almanacchi per l’anno nuovo?
Venditore
Si signore.
Passeggere
Credete che sarà felice quest’anno nuovo?
Venditore
Oh illustrissimo si, certo.
Passeggere
Come quest’anno passato?
Venditore
Più più assai.
Passeggere
Come quello di là?
Venditore
Più più, illustrissimo.
Passeggere
Ma come qual altro? Non vi piacerebb’egli che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore
Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere
Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore
Saranno vent’anni, illustrissimo.
Passeggere
A quale di cotesti vent’anni vorreste che somigliasse l’anno venturo?
Venditore
Io? non saprei.
Passeggere
Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore
No in verità, illustrissimo.
Passeggere
E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore
Cotesto si sa.
Passeggere
Non tornereste voi a vivere cotesti vent’anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore
Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere
Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore
Cotesto non vorrei.
Passeggere
Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch’ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l’appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore
Lo credo cotesto.
Passeggere
Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore
Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere
Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore
Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere
Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore
Appunto.
Passeggere
Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore
Speriamo.
Passeggere
Dunque mostratemi l’almanacco più bello che avete.
Venditore
Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere
Ecco trenta soldi.
Venditore
Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.

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permalink | inviato da Pa.P il 30/12/2009 alle 10:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Caro Babbo Natale
post pubblicato in diario, il 24 dicembre 2009
24/12/2009

Caro Babbo Natale,
domani sarà Natale e questa è la letterina che il bambino Paolo ti consegna, ti ho scritto i miei desideri e i regalini che voglio ricevere!
Credo di essere stato un gran cattivaccio in questi ultimi mesi, ho deriso il povero Silvio per l'attentato criminoso e violento da lui subito, non sono stato in grado di dissimulare il piacere sadico che ho provato nel vedere che le sue parole di odio gli si sono ritorte contro, non contento ho pure affermato di non provare pietà per il poveretto, e quindi credo che tu Babbo Natale non vorrai portare nessun regalo a un bambino cattivo come me.
Però ci voglio provare lo stesso caro Babbo Natale, non si sa mai.. :visto che probabilmente non mi lascerai neppure un po di carbone, la mia è una letterina un po speciale: i regalini te li chiedo ma non sono per me, ma per l'umanità.:
.. per esempio, sempre dall'alto del mio partito (quello dell'odio) ti chiedo, facci sparire per il 2010 gentaglia come Fabrizio Corona, la sua donna Belen Rodriguez e Christian De Sica, tanto, a chi mancheranno? Poi magari già che ci sei, fai cancellare "Porta a Porta" dalla Rai, e manda il suo conduttore, Bruno Vespa, dove gli compete: a spalare l'asfalto e fuori dall'ordine dei giornalisti, lui e gli altri giornalisti servi: Fede, Littorio Feltri e Minzolini.
Fai lo stesso con Ballarò e Matrix, tanto che ci sei... Poi ti chiedevo anche di mandare nello stesso posto di Vespa, dove non possono far danni, gli attuali dirigenti del PD, in particolare quello con i baffini sempre pronto a fare inciuci col potere e che considera Silvio un suo amico fraterno dai tempi della bicamerale, di dirigenti come lui che traggono il loro potere dall'aver danneggiato la sinistra e averla resa un appendice politica e culturale della peggior destra reazionaria del continente  nessuno sentirà la mancanza.
Visto che si chiacchiera amabilmente ti prego Babbo Natale, metti un po di sale in zucca ai miei concittadini! Fagli capire che gente come Cicchitto, Bondi, Capezzone, Gasparri, Gelmini, Alfano, Filippo Facci, Maurizio Belpietro, tutta la redazione di Studio Aperto sono persone nefaste per la democrazia e per l'Italia. Ti prego Babbo, tu che sei buono e giusto, non ti dimenticare di donare anche un po di modestia a Travaglio e a Luttazzi  e Grillo che ormai si credono Dio in terra e della loro spocchia mi sto stufando.

Magari regalami però un pò di tempo in più per andare al cinema, visto che ultimamente lo trascuro un pò, preserva tutti gli amici (ma anche i nemici) che ho nel mondo, e già che ci sei, l'anno prossimo evitami anche il Natale, che più divento vecchio, più mi rendo conto che mi rompe le palle! Vedi, non riesco proprio a cambiare, sono un incorreggibile cattivaccio, quindi chiudo e ti saluto con affetto, il tuo bambino (non) preferito Paolo.


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permalink | inviato da Pa.P il 24/12/2009 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Appunti per migliorare se stessi e l'Italia
post pubblicato in diario, il 20 dicembre 2009
L'Italia è priva di governo: Non abbiamo una politica industriale e le aziende fanno quello che le pare: licenziano, sfruttano ma non rinnovano nè investono. Gli italiani perdono il lavoro e hanno gli stipendi più bassi.. Nessuno parla del lavoro! E' questo il tema fondammentale, non le escort o i problemi giudiziari del Presidente.

La destra è al potere da 20 anni. NON HA RISOLTO NEANCHE UN PROBLEMA DELL'ITALIA. Ma non è stata neppure in grado di proporre delle politiche tipiche della destra: non ha liberalizzato l'economia, non ha reso il paese più competitivo e neanche più innovativo. NON HA FATTO LE RIFORME CHE SERVONO: le vere riforme non sono sulla giustizia: i probelmi non vengono affrontati ma aggirati e così si aggravano sempre di più.
Tutto nella politica italiana è questione di opposti schieramenti che più che schieramenti sembrano delle tifoseria di aclcio, dove ogni dissidenza o critica interna (vedi Fini) è vista come  se fosse un tentativo di tradimento. Quando (e se) gli Italiani si accorgeranno di essere stati gabbati per anni si rivolteranno.


Gli italiani continuano con il loro innato qualunquismo alla Grillo, che invece che risolvere i problemi fa spesso delle critiche senza proposte vuote e piuttosto scontate: continuano a pensare che i politici sono tuitti uguali e tutti ladri: FACENDO COSI FAVORISCONO SOLO I POLITICI LADRI MENTRE UCCIDONO LE BUONE INTENZIONI DI QUEI POCHI POLITICI CHE FANNO POLITICA PERCHE' CREDONO ANCORA NELL'INTERESSE GENERALE.
Destra e sinistra sono spesso delle tifoserie invece che essere degli insiemi coerenti di poliche e visioni alternative del mondo:
Così gli italini finiscono per essere o dei tifosi, incapaci di capire le ragioni dell'avversario e incapaci di fare discussioni serie, o dei qulunquisti che si rifugiano in luoghi comuni che lasciano il tempo che trovano (politici mangiasoldi e tutti corrotti, giustizia inefficiente, ospedali sporchi.. bla bla bla).

I risultati di questa sbagliata mentalità sono sotto gli occhi di tutti: i problemi non vengono affrontati con lo spirito di chi vuole curarli ma vengono usati come armi da scagliare contro all'avversario.
In questo modo la politica italiana è diventata un vero teatrino, dove chi più grida più prende voti:
Ecco spiegato perché la maggioranza degli italiani vota Berlusconi: avendo il possesso dei mezzi di infomazione le sue grida si odono di più rispetto alle grida degli avversari.
Ma una politica che ha smarrito se stessa e che non capisce più il suo ruolo di guida della società, rende giorno dopo giorno la società sempre più priva di punti di riferimento.
I problemi crescono sempre più e gli italiani gridano.
Credo che ci voglia un cambiamento di mentalità e un po di sano pragmatismo inglese!


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permalink | inviato da Pa.P il 20/12/2009 alle 15:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Saggezze dall'antichità
post pubblicato in Ex Libris, il 18 dicembre 2009
Ingiuriare i mascalzoni, a pensarci bene, è onorare gli onesti. (Aristofane, I cavalieri)

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La fine del lavoro
post pubblicato in diario, il 15 dicembre 2009
In un articolo apparso alcuni giorni or sono su Rinascita a firma di Carmelo R. Viola viene citato il grande matematico Bruno de Finetti il quale sostiene che «il colmo dell’assurdità e la più chiara prova dell’assurdità del sistema capitalista, è l’esistenza della disoccupazione». Questa affermazione, ammantata dai concetti di chiarezza e di sintesi, è l’ennesima riprova – se mai se ne avvertisse il bisogno – che una critica al sistema socioeconomico capitalista, liberista o “di Stato” (?) che sia, trascende da una profonda conoscenza delle dottrine economico-finanziarie e dalle più profonde argomentazioni degli economisti, ma può essenzialmente fondarsi sui cosiddetti “conti della serva” o sui più lineari concetti dell’algebra elementare.
Se un sistema che si vanta di essere il migliore dei modelli possibili dalla creazione dell’uomo in poi non è in grado di garantire la sopravvivenza (non dico “dignitosa”, ma sopravvivenza tout court) dei cittadini da questo sistema amministrati, c’è qualcosa che non va. E’ limitante – e del tutto errato – affermare che il malfunzionamento del capitalismo risieda nelle ‘mele marce’, nelle schegge impazzite di un sistema che altrimenti garantirebbe il perfetto funzionamento della società e assicurerebbe il benessere collettivo.  E’ altresì limitante – anche se, in questo caso, giusta -  l’analisi secondo cui le società capitaliste abbiano la propria ragion d’essere e il loro motivo di sostentamento nello sfruttamento coloniale dei “paesi poveri”, secondo cui la ricchezza dei pochi deve gioco forza basarsi sulla povertà dei molti, dove questi “pochi” e questi “molti” coincidono rispettivamente col nord e col sud del mondo (o, se si preferisce, con l’ovest – anzi, col west… – e con l’est). Questa ultima visione, pur se scientificamente fondata e politicamente corretta (in senso letterale), tende a universalizzare lo schema dello sfruttamento, favorendo quindi l’occultamento della sua dimensione nazionale, dimensione che vede in una plutarchia oligarchica e burocratica autoctona (per quanto internazionalizzata e apolide) il cardine dello sfruttamento e della riduzione in schiavitù economica del popolo. Non si vuole con ciò sminuire la portata planetaria della critica al sistema capitalista: lo si vuole però contestualizzare nelle forme e nelle espressioni che lo precipitano, con tutta la sua forza distruttrice, nel sociale e nella quotidianità della vita della nazione. Si vuole, pertanto, dare un senso al legame velato ma inossidabile che congiunge il sistema transnazionale mondialista al disoccupato, allo sfruttato delle nostre città e delle nostre campagne.

La prima vittima, il primo cadavere che il cittadino comune vede sulla strada in questa sporca guerra dei signori del denaro contro il popolo, è il lavoro. Analizziamo quindi le cause e i fenomeni della nuova tragedia del lavoro nazionale e del suo seguire i destini della nazione nel suo percorso di disfacimento.

Il precariato visto dalla logica e dal senso comune. La grande maggioranza, se non la totalità, dei Contratti collettivi nazionali definiscono il concetto di “periodo di prova” che il lavoratore deve necessariamente superare per porre in essere la propria assunzione. Da tale periodo di prova trae enorme vantaggio il datore di lavoro, essendo i diritti del lavoratore fortemente limitati nel corso di detto periodo. Per i contatti di lavoro a termine, che – soprattutto in Italia – hanno spesso durata molto breve, anche di una o di poche settimane, il periodo di prova dura pochi giorni.  A causa di ciò, oggi tutto ciò ha perso di senso: non essendo imputabili al lavoratore neo-assunto delle ‘colpe’ per un rendimento non ottimale (che è naturalmente dovuto alla scarsa esperienza), il non superamento di questo periodo si verifica quasi esclusivamente a causa di motivazioni che sarebbero già ampiamente assorbite da quelle che provocano il licenziamento “per giusta causa”, quali l’assenza ingiustificata o gravi atti di indisciplina. Pertanto, de facto, il periodo di prova è diventato oggi lo stesso contatto a termine; ciò ha conseguenze nefaste: la scadenza di un contratto di lavoro a tempo determinato, infatti, pone fine tout court al rapporto di lavoro, senza che il datore di lavoro sia tenuto a fornire la benché minima giustificazione. Quindi la mancata proroga di contatto, l’allontanamento, possono colpire i lavoratori anche per ragioni che – non espressamente dichiarate – possono sconfinare nella pura discriminazione, possono basarsi sul sesso, sulla religione, sullo stato sociale, sulle condizioni di salute, sulle opinioni politiche, o sulla mera antipatia. I nostri solerti sindacalisti, così attenti a rosicchiare cavilli nella concertazione per i CCNL, non considerano evidentemente la questione degna di nota, né si ha memoria di battaglie sindacali finalizzate alla definizione del “lavoro a termine” nel senso di anticamera del contratto di lavoro a tempo indeterminato.


Il precariato visto come arma del padronato. Al lavoratore si chiede fino all’esasperazione di “adeguarsi”. Adeguarsi alla flessibilità, adeguarsi alla costante ricerca di un nuovo lavoro, adeguarsi a svolgere mansioni umilianti o che non rispondono alle proprie aspirazioni, adeguarsi a ricevere otto stipendi anziché dodici. Usano proprio questa parola: “adeguarsi”. Tanto – che volete di più! – ci sono gli “ammortizzatori sociali”. Una mentalità parimenti ammortizzata non è però richiesta ai datori di lavoro. Loro spesso trattano il dipendente come se gli avessero fatto un favore a fargli fare i “tre mesi”, spesso lo illudono con inesistenti prospettive di assunzione, spesso pretendono una dedizione che non si chiederebbe neanche a un figlio. Loro possono tranquillamente comportarsi come una persona che, chiedendoti di sposarla, ti dicesse: “guarda, non sono né bella né ricca; non solo: tra tre mesi ti lascerò; tu però non dovrai avere occhi che per me, e dovrai essermi sempre fedele”.

Il precariato visto come arma contro l’uomo. Da fascinosa visione neorealista, la povertà sta diventando sempre più marcatamente un morso più che mai reale nello stomaco del popolo. Essendo ormai agli sgoccioli, per motivi anagrafici, la salvezza ereditiera, quella che ha permesso alle ultime generazioni di contare su un sostentamento economico fondato sui beni mobili e immobili dei nonni e dei genitori, la povertà materiale diventa sempre più una realtà inconfutabile. (Oggi Bankitalia (quindi non una fonte sospettata di essere antigovernativa) dice che il 10% degli Itlaliani possiede il 40% della ricchezza e che la metà più povera della popolazione italiana possiede il 10% della ricchezza totale!) Una realtà che solo per un periodo di tempo limitato – e con scarsa lungimiranza – i nostri amministratori cercano di tamponare con bonus e agevolazioni che – essendo finanziati dalle ritenute fiscali e previdenziali sui redditi da lavoro – entreranno presto nel circolo vizioso della insolvibilità. Le ricadute sociali sono spaventose: calo della natalità, abbandono degli studi (ai fini di un mero sostentamento una laurea è spesso controproducente), devianza sociale che naturalmente sfocia nella criminalità.


Il precariato come arma contro la nazione. Si manifesta qui in tutto il suo orrore il pernicioso asse precariato-privatizzazioni. Un tempo i portalettere indossavano una divisa blu di un’amministrazione dello Stato, consegnavano la corrispondenza per quarant’anni sempre nello stesso quartiere ed erano colà identificati con la presenza di un’entità statuale molto più marcatamente di quanto oggi possano evocare cento vigili di quartiere. Erano presìdi dello Stato. Ora i postini trimestrali vanno in giro con un’orrenda casacca gialla catarifrangente che è lungi dall’aver sostituito la divisa solo per tutelarli dai pericoli del traffico. E’ una dismissione di simboli, di simboli che rappresentavano la sfera più bassa – ma non per questo meno nobile – del nostro senso dello Stato. Una manovra che ha nelle privatizzazioni il suo cavallo di Troia e nel precariato la sua drammatica attuazione. Suonerà come una bestemmia, ma presidio dello Stato era anche il centralinista della compagnia telefonica pubblica, dipendente dello Stato, che ci forniva le informazioni; ora si chiama uno dei cento numeri delle cento compagnie private dove lavorano ogni mese diecimila nuovi precari. Presidio dello Stato era la cabina del telefono pubblica, con gli elenchi che non andavano sciupati perché erano di tutti. Non occorre andare indietro fino alla Sparta dorica: basta uno sguardo sull’"Italietta” di qualche decennio fa.


Oggi gli ‘esperti’ si arrovellano per capire il perché manchi la “fidelizzazione” alle aziende da parte del lavoratore. Si chiedono come mai un lavoratore che tra un mese tornerà a essere disoccupato, che lavora in un azienda di speculatori che non hanno neanche la benché  minima parvenza di voler rendere un servizio alla società, non provi attaccamento al proprio lavoro, non senta spirito di corpo, non sappia neanche cosa voglia dire contribuire al benessere materiale e spirituale della nazione. La risposta è sotto i loro occhi, semplice e lineare come i “conti della serva” di cui si parlava all’inizio. Ma gli ‘esperti’ gli occhi li aprono troppo, e vedono sfocato. Non vedono che l’unica soluzione risiede nel conferire l’amministrazione dei servizi collettivi e il nell'unica entità che può curarli con senza fine di lucro: lo Stato.


Perché, giova sempre ricordarlo, lo Stato siamo noi.


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permalink | inviato da Pa.P il 15/12/2009 alle 23:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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