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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Senato: una riforma garantista e utile
post pubblicato in Notizie, il 3 aprile 2014

Un Senato meno partitico e sopratutto più garantista. Altroché il fastidio e le urla scomposte dei tanti che vedono nella riforma epocale della Camera alta del Parlamento qualcosa di incostituzionale o vagamente pericoloso.


Sarà un Senato non eletto direttamente da noi cittadini, e forse, visti i risultati recenti, anche questa è una buona notizia. Sarà composto dai 21 governatori delle Regioni e delle Province autonome più 21 sindaci delle città capoluogo di regione e provincia autonoma - dando finalmente il giusto e corretto peso alle città rispetto ai paesi; sarà inoltre composto da 40 consiglieri regionali 2 per regione e 1 per la Valle D'Aosta, dando a tutte le regioni equa e giustamente paritaria rappresentanza, da 40 sindaci eletti dai sindaci delle città delle regioni (due sindaci eletti per ciascuna regione) 21 cittadini nominati dal Presidente della Repubblica, per la durata di sette anni, che abbiano onorato l’Italia per meriti in campo sociale, artistico, letterario o scientificom più i 5  senatori a vita. Ricapitolando: 21 governatori + 21 sindaci + 21 scelti dal Presidente Repubblica + 40 consiglieri regionali + 40 sindaci eletti da sindaci + 5 senatori a vita = 148 membri.

Il nuovo Senato quindi sarà lo strumento per il superamento del bicameralismo perfetto, creato dai Costituenti, per indebolire l'azione e il potere del governo, ma che la nostra esperienza c'ha insegnato non aver avuto questo ruolo durante i recenti 20 anni di potere berlusconiano. Per il semplice motivo che il Senato veniva eletto assieme alla Camera ed aveva medesima maggioranza politica. Questo comportava semplicemente un allungamento dei tempi nell'approvazione delle leggi con la consueta doppia lettura tra Camera e Senato, ma senza che questo sistema potesse frenare le tante leggi vergognose approvate dai vari governi. Ve ne ricordo solo alcune: lodo Mondadori, legge 30 che ha introdotto la precarietà, lodo Pecorella, lodo Alfano, legge Bossi - Fini, legge Giovanardi, legge sul reato di clandestinità e tante altre porcherie, che puntualmente sono state poi abbattute dai giudizi della Corte Costituzionale o dai governi successivi.

Invece, il nuovo Senato renziano sembra presupporre l'esistenza di un Parlamento in cui i due rami hanno due maggioranze diverse. Poco male in effetti, perché le leggi "normali", vedranno al lavoro la sola Camera dei Deputati. La cosa più importante della riforma sembra essere il fatto che il Senato costituirà un vero contrappeso alla potenza di maggioranze governative "bulgare" nel caso della discussione di future modifiche alla Costituzione. Infatti le leggi di revisione costituzionale dovranno ottenere la maggioranza anche nel Senato. Un Senato però, che avremo votato nelle elezioni comunali e locali, e che quindi non avrà necessariamente la stessa maggioranza della Camera, favorendo una volta per tutte l'intangibilità della Carta Costituzionale dagli appetiti dei Berlusconi e D'Alema di turno.

C'è poi il tema molto populista, - caro a Renzi - che i nuovi senatori non riceveranno nessuno stipendio o vitalizio per il fatto di avere questa carica. - E ci mancherebbe altro - aggiungerei io, visto che i "nuovi" senatori saranno già rappresentanti del popolo - locali - che quindi percepiscono già stipendio, come sindaco o come Governatore di regione.

La riforma del Senato inoltre, va a legarsi alla necessaria Riforma del Titolo V, la legge più sbagliata fatta dal centrosinistra a guida D'Alema; infatti, nella composizione del nuovo Senato non si accenna alle Province, che verranno eliminate (solo sospese, per volontà del Senato, quello di oggi, purtroppo) e le cui competenze diveranno carico delle regioni.

La funzione legislativa quindi sarà propria solo della camera eletta, cioè la Camera dei Deputati, ma il potere del Senato non sarà svuotato: potrà pronunciarsi su ciascun disegno di legge e proporre delle modifiche. Inoltre, il Senato diventa il legislatore ultimo per la struttura istituzionale degli Enti locali: per alcuni ambiti di interesse delle autonomie territoriali le proposte di modifica espresse dal Senato si potranno superare soltanto con un voto a maggioranza assoluta della Camera dei Deputati.

Per quanto riguarda le funzioni non legislative del Senato delle Autonomie, esso, come avviene oggi, continuerà a partecipare all’elezione e il giuramento del Presidente della Repubblica e alla sua eventuale messa in stato di accusa, e prenderà parte all’elezione di un terzo dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, ma ancora una volta, questa elezione nonsarà più il risultato del volere politico della maggioranza governativa, ma di una nuova maggioranza, quella del Senato, appunto, dando così maggiore indipendenza politica anche ai membri del Csm eletti dalla politica.

In fin dei conti, a me pare che la riforma proposta del Senato, porterà ad avere un Sistema istituzionale più garantista, e non meno garantista, e anche più celere nelle decisioni, senza l'inutile e arzigogolata doppia lettura tra Camera e Senato.

Lavoro, le novità della riforma
post pubblicato in Notizie, il 5 aprile 2012

Scritto per ilbolognino.info

La prima vera novità, e l'unica uscita dai primi 40 minuti di conferenza stampa, è che la forma legislativa non sarà il decreto, ma il disegno di legge. Una scelta vincolata dal Presidente Napolitano che ha voluto così non svuotare di responsabilità il Parlamento. Le modifiche alla bozza governativa ci sono, ma l'impianto della stessa non viene snaturato; la novità sostanziosa è che viene reintrodotto il reintegro nei licenziamenti per causa oggettiva (economici).

Contenta la politica, scontenta la Cgil, plaudenti i sindacati governativi Cisl e Uil, adirato il padronato che vede sfumare una preziosa norma di ricatto dei dipendenti.

La filosofia che regge l'impianto legislativo che si va profilandosi è tutta riassunta in due frasi pronunciate dal ministro Fornero: «Vogliamo più lavoro, più partecipazione e lavoratori più produttivi» e «l'articolo 18 è stato una conquista ma il mondo è cambiato». Il governo individua nel lavoratore pigro e anziano il problema della scarsa produttività del sistema Italia e non nei veri problemi che allontanano gli investimenti come la criminalità organizzata che controllo metà Italia, la lunghezza e indeterminatezza dei processi civili, l'inadeguatezza delle infrastrutture di trasporto, il costo esorbitante dell'energia elettrica. Sarebbero infatti queste sopra indicate le vere cause del ritardo strutturale italiano secondo quanto affermano tutti gli imprenditori, e non la presenza di lavoratori fannulloni, come pensa il governo.

In una nota congiunta il padronato esprime scontento: Confindustria, Abi, Alleanza delle Cooperative Italiane e Ania attaccano: «Inaccettabili la diversa disciplina per i licenziamenti di natura economica e quella che va configurandosi per i contratti a termine». Per capirci, ai padroni non sta bene proprio la reintroduzione della possibilità di reintegro per i licenziamenti economici. La reintegrazione nel posto di lavoro per il licenziamento illegittimo anche economico è di più uno spauracchio per l'imprenditore piuttosto che una concreta possibilità, perché nessuno la usa mai – spiegano molti i professori di diritto. Previsto in alternativa un indennizzo variabile tra le 12 e le 24 mensilità. Nella prima versione del ddl, invece, l’indennizzo era stato previsto in 15-27 mensilità. Quindi nel disegno di legge non c'è più la differenziazione di trattamento tra licenziati, vero vulnus legislativo che molti professori e studiosi avevano individuato nella precedente bozza. In breve Confindustria, Abi, Alleanza delle Cooperative Italiane e Ania vorrebbero lavoratori più servili ma sopratutto più ricattabili.


Tuttavia rimane l'impianto legislativo, cioè il necessario ricorso al giudice, temperato dalle possibilità alquanto aleatorie di conciliazione (voglio vedere quanti licenziati senza giusta causa vorranno utilizzare questa strada, basti pensare alle barricate antisindacali di Fiat nei confronti dei propri lavoratori licenziati perché appartenenti al sindacato Fiom!!!). Fornero infatti afferma « spetterà a giudice decisione su "insussistenza delle ragioni economiche», cioè spetterà al giudice capire se il licenziato è stato cacciato per effettive esigenze economiche o perché politicamente avverso all'imprenditore o perché di un colore della pelle che non piaceva al padrone. Cosa questa complicatissima e che quindi da ampia discrezionalità al giudice e ampia possibilità di farla franca all'imprenditore che non rispetta le norme Costituzionali.

Bersani, segretario del Pd è gaudioso «Passo importantissimo»; di logico e tutt'altro avviso la segretaria Cgil Susanna Camusso «No comment, temo sorprese». La segretaria si aspetta tranelli legislativi sopratutto nella disciplina dei licenziamenti collettivi, che ha paura, possano essere svuotati di garanzie come è successo per i licenziamenti individuali. Stanziati 1,8 miliardi per rendere operativa la riforma, ma non ci sono nuovi soldi per l'Aspi, vero punto d'orgoglio della ministra Fornero e di cui abbiamo già spiegato che è un ammortizzatore sociale che non coprirà tutti. Il governo creerà anche l'ennesima commissione per valutare come verrà applicata nel concreto la riforma. Flssibilità in entrata, rimane il contratto di apprendistato come strumento per entrare nel mondo del lavoro, quest'ultimo coperto anche dall'Aspi. Per ora sono solo parole visto che oggi quasi l'80% dei giovani viene assunto a tempo determinato e che solo il 15% ha un contratto di apprendistato. Viene aumentato l'intervallo fra un contratto e l'altro da 10 a 60 giorni per quelli che durano meno di sei mesi e da 20 a 90 giorni per quelli di durata superiore. Di solito però questo intervallo non solo non ferma la continuo abuso imprenditoriale della successione infinita del contratto a tempo determinato, ma spesso si trasforma in una trappola per il lavoratore e quel periodo per lui è un periodo di disoccupazione.

Il senso della riforma MontiFornero è il seguente: facilitare il collegamento tra il mondo della precarietà e il mondo dell'impiego stabile, ridurre progressivamente il dualismo del mercato del lavoro. Per fare questo il governo utilizza questi 4 strumenti: rendere più costosi i contratti a termine; premiare la stabilizzazione degli stessi; punire gli abusi sui contratti più precarizzanti; facilitare i licenziamenti, in particolare per motivi economici, cosicché il contratto dominante non sia percepito dalle imprese come permanente e indissolubile come è accaduto finora con l'articolo 18.

Tuttavia l'intera riforma è deficitaria perché in essa mancano i veri temi che affliggono la società italiana e il mondo del lavoro. Non risolve la dualità del sistema perché non fa nulla per ridurre le 40 tipologie diverse di contratti precari oggi presenti, non aiuta in nessun modo i precari e i giovani se non con il contratto di apprendistato, non favorisce un vero reinserimento degli anziani nel mondo del lavoro (ad es obbligando le grandi aziende ad assumerli). Non introduce un vero welfare state onnicomprensivo di stile europeo. Non fa nulla per le lungaggini burocratiche, per ridurre i tempi biblici della giustizia civile che spaventano gli imprenditori esteri ed italiani, che infatti nell'ultimo anno hanno creato un milione di posti di lavoro... all'estero.


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permalink | inviato da Pa.P il 5/4/2012 alle 20:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Questo è il SISTEMA
post pubblicato in diario, il 26 marzo 2012
Ho letto anche la -come sempre - lucida analisi di Luciano Gallino su Micromega, della riforma del lavoro.

Ma tutti questi professori eminenti non capiscono dove siamo ora. Partono dal presupposto che un governo debba o voglia fare delle riforme, come quella sul lavoro, con lo scopo di risolvere i problemi che albergano in quella materia toccata.
Questo è l'errore fondammentale che rende obsolete tutte le loro critiche raffinatissime.
Non è così.
Questo governo ha un compito preciso, applicare il dettato della lettera che la Bce ci ha spedito ad agosto. Punto. E lo deve fare nel minor tempo possibile, altroché concertazione. Questo governo perciò non ha alcuna intenzione di risolvere la dualità del sistema del lavoro e della contribuzione pensionistica presente in Italia o di risolvere il problema del precariato. Perché per loro non sono problemi. Dobbiamo capire che l'obiettivo è perseguire le ricette neoliberiste della Troika - Bce, Ue e Fmi, non rendere più prospero il proprio paese o "salvarlo" dalla voracità della finanza internazionale.
Loro SONO LA FINANZA INTERNAZIONALE! Sono una loro diretta emanazione. Sono qui per compiere un lavoro, per portare in atto la pura e semplice abrogazione del modello Europeo nato dopo la seconda guerra mondiale: dentro la formula di "economia sociale di mercato" c'è l'accordo storico raggiunto a Jalta. Dove Urss e mondo "occidentale" - o meglio sarebbe dire governato dagli angloamericani - non solo si sono spartiti l'Europa e i territori geografici, ma hanno convenuto che l'Europa continentale diventasse il frutto di un vero e proprio esperimento, il centro dell'espressione di un contratto, se vogliamo chiamarlo così, dove i governi sarebbero stati moderati ma non espressione del liberismo angloamericano e avrebbero lasciato spazio anche alle idee socialiste, incarnate dagli stessi governi moderati con scelte di politica economica blandamente socialista e attenta ai lavoratori nell'ambito di sistemi saldamente consumistico - liberista su stile angloamericano.

La finanza internazionale oggi conta molto di più dei partiti e della politica intesa in senso olistico. La finanza internazionale ha ritenuto un vecchio armamentario non più al passo con i tempi: è ora che anche l'Europa si accodi alle ricette che abbiamo adottato per tutto il resto del mondo! Liberismo selvaggio, vittoria del più forte e del più competitivo a qualunque costo (tanto i costi umani non li subiamo noi).

Quindi basta con queste sciocchezze di dirittti per tutti e con la centralità del lavoro. Il lavoro è una merce come tutte le altre e se costa troppo in Europa vado a procurarmelo in Cina, o in Africa.

La loro è lotta di classe. La lotta di classe del padronato internazionale CONTRO gli altri. Tutti gli altri. Che devono subire e ritornare a essere sudditi. Questo è il progetto, ed è globale. In fin dei conti assomiglia molto alle previsione marxiane di un mondo dove il capitalismo avesse raggiunto il suo apice e dove i lavoratori - i proletari - fossero divenuti simili per condizioni, in ogni parte del globo. In realtà ci stiamo avvicinando sempre di più a questa visione filosofica, e non ce ne rendiamo conto. Per ora, si salvano, cioè mantengono il loro welfare state e le loro tutele solo quei paesi che in Europa sono ancora molto potenti, come Germania e Regno Unito, ma presto o tardi subiranno la medesima "cura" alla quale per primi hanno sottoposto, noi, paesi più deboli.

Chi applica la ricetta è questione di minor importanza. Che sia un governo tecnico o un governo politico di destra o di sinistra per chi detiene veramente il potere, non fa alcuna differenza. Loro hanno già deciso. Ci ritroveremo presto con i 3/4 della popolazione nettamente impoverita e con il restante quarto nettamente arricchito da questa dinamica del liberismo mondiale, che si sta applicando a tutte le economie locali, ora fortemente interconnesse tra loro.

Ora, buona parte di noi deve ancora prendere coscienza di tutto ciò, o lo pensa assolutamente privo di fondamento o stupidamente si crede di aver capito tutto magari pensando che la questioni riguardi solo l'Italia, o che sia un problema di debito pubblico o di partiti. No, non è così. E' il sistema che vuole tutto questo. E il sistema è inmensamente più grande e potente di noi, tanto grande che non lo vediamo.
Avete già comprato il nuovo Ipad?
La riforma del lavoro, vademecum
post pubblicato in Notizie, il 22 marzo 2012
La riforma del lavoro elaborata dal governo, non si ferma al cambiamento dell'articolo 18. Dovrà a giorni essere sottoposta al Parlamento ed è una riforma complessiva che tocca non solo la flessibilità in uscita (Art.18) ma anche in entrata e gli ammortizzatori sociali.

E' vero che ci saranno licenziamenti più facili in cambio di nuove tutele? Sono un lavoratore a tempo indeterminato, devo preoccuparmi? Cosa cambia per i precari? E' vero che c'è l'abolizione dell'articolo 18? E' vero che con l'abolizione dell'articolo 18 si risolve la dualità del mondo del lavoro italiano? Ho tentato di dissipare i tanti dubbi con un analisi, spero dettagliata della riforma, per capire cosa cambia. Per ogni paragrafo ho analizzato senza aggiungere miei personali commenti, che invece trovate in conclusione del paragrafo e in corsivouna questione di trasparenza.

Riforma dell'art. 18. Non c'è nessuna abolizione dell'articolo 18. L'idea era riformare l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori, per dare più sicurezze alle imprese su come finiscono le procedure di licenziamento, ma nello spesso lunghe e costose e nello stesso tempo bisognava proteggere meglio i lavoratori, sopratutto quelli duali. Il licenziamento potrà essere disciplinare, economico/organizzativo - legittimo, o discriminatorioillegittimo. Finora non era prevista la possibilità di un licenziamento espressamente organizzativo, cioè non era possibile per l'imprenditore disfarsi facilmente di un lavoratore con contratto a tempo indeterminato per pure esigenze di mercato, ora è possibile. Grande differenza è prevista per i licenziati disciplinari ed economici e i licenziati illegittimi cioè per discriminazione. Per gli ultimi, le cose resteranno come ora, in questo senso l'articolo 18 rimane inalterato con un possibile reintegro in azienda, mentre per i primi è previsto il ricorso al giudice e il solo indennizzo economico.
Dal momento che è ormai scontato che il licenziamento potrà essere motivato da ragioni "economiche o organizzative", nessun imprenditore sarà così sprovveduto da attuare licenziamenti discriminatori o persino disciplinari: un problema organizzativo - con la necessità di ristrutturazione che hanno tutte le aziende in questa fase - si trova molto facile ed è questa la strada per aprire a futuri licenziamenti di massa.

Tutto in mano ai giudici. Il giudice si ritroverà a dover decidere se il licenziamento è stato disciplinare o economico, con quindi fortissima spinta per gli imprenditori a far valere davanti al giudice il licenziamento come disciplinare per pagare indennizzi molto più ridotti. Dopo aver deciso sulla tipologia di licenziamento, cioè aver deciso se si tratta di licenziamento legittimo o illegittimo, nel caso di licenziamento legittimo, cioè disciplinare o economico, il giudice dovrà decidere poi anche sul reintegro o liquidazione del licenziato.
«Il potere dei giudici è destinato ad aumentare ulteriormente, e la riforma non darà più certezze alle imprese, perché i tempi della giustizia si allungheranno», commenta l'economista Tito Boeri.

Nuove tutele assenti. E' assolutamente «falso che il governo introduca nuove tutele», affermano i docenti Umberto Romagnoli, Luigi Mariucci, Piergiovanni Alleva e Giovanni Orlandini e una cinquantina di noti legali di tutta Italia. E lo spiegano in un documento per punti, pubblicato da Il Manifesto e taciuto dagli altri giornali:

1) la nullità dei licenziamenti discriminatori nelle piccole imprese sotto i 16 dipendenti esiste fin dal 1990 (legge 108, art. 3)
2) la trasformazione a tempo indeterminato dopo contratti precari di 3 anni è già disciplinata dall'art. 5 comma 4 bis del Dlgs. 368/01, il quale recita: 'Qualora per effetto di successione di contratti a termine per lo svolgimento di mansioni equivalenti il rapporto di lavoro tra lo stesso datore di lavoro e lo stesso lavoratore abbia complessivamente superato i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione che intercorrono tra un contratto ed un altro, il rapporto di lavoro si considera a tempo indeterminato».

Quindi a licenziamenti effettivamente più facili non corrisponde nessuna nuova tutela.

L'ASPI non è flexicurity. L'Assicurazione Sociale per l'Impiego vuole essere una sorta di sostituirà dal 2017 il sussidio di disoccupazione, al cassa integrazione ordinaria. Mentre la cassa integrazione straordinaria verrà cancellata. L'Aspi durerà un anno per i lavoratori fino a 54 anni e un anno e mezzo per quelli più anziani, l’importo massimo erogato potrà essere di 1.119 euro al mese. Il ministro del Lavoro ha affermato che «l'obiettivo è rendere universalistico uno strumento a difesa dei lavoratori in periodo di disoccupazione», questo è falso. Siamo molto lontani dalla protezione sociale diffusa a tutti che c'è in tutti gli altri paesi d'Europa. Infatti l'Aspi si rivolge solo ai lavoratori dipendenti che hanno perso il lavoro e perciò presenta tutte le carenze del nostro sistema di welfare state cioè copre solo una platea ridotta di cittadini: l'Aspi non aiuterà tutti quei lavoratori che non sono mai stati assunti con contratti a tempo indeterminato. La nuova misura esclude perciò i giovani, i precari, gli inoccupati e chi cerca il primo impiego. Tutti questi continueranno a restare senza reddito durante il periodo di inoccupazione o disoccupazione tra un lavoro e l'altro.

Le risorse addizionali per l'estensione degli ammortizzatori sociali cioè per l'Aspi, con la graduale riduzione della mobilità fino a convergere nel 2017 nella nuova Aspi, sarà di 1,6-1,7 miliardi di euro. Aspi perciò non è la riforma degli ammortizzatori sociali di cui l'Italia ha bisogno, ma un estensione ridotta di alcuni benefici monetari a categorie che precedentemente ricevevano ammortizzatori più ridotti. Chi invece era escluso dagli ammortizzatori sociali rimarrà escluso.

La riforma non riordina gli istituti presenti. Rimane la cassa integrazione divisa in tre tipi come lo è stata finora, ossia ordinaria, in deroga e straordinaria. Rimangano anche i sussidi specifici all'edilizia e all'agricoltura che hanno sistemi di ammortizzatori sociali differenziati. Rimane perciò l'attuale giungla di trattamenti specifici, un assetto legislativo caotico. Altro aspetto che rappresenta un solco tra il sistema italiano e gli altri sistemi avanzati. Inoltre senza riordino degli istituti presenti non ci sarà neanche il logico risparmio conseguente.

Flessibilità in entrata. Il percorso lavorativo comincerà con lapprendistatosecondo quanto affermato dal ministro Forneroapprendistato che diventa un investimento per la formazione e non uno strumento di flessibilità. Infatti l'Aspi include per la prima volta anche gli apprendisti. Apprendistato è un tipo di contratto molto instabile che non prevede la sicura assunzione alla sua conclusione ed è inoltre riservato ai giovani, «e sappiamo che oggi più del 50% dei precari hanno più di 35 anni - puntualizza l'economista Tito Boeri - è difficile pensare che una donna che esce da un periodo di maternità o un lavoratore cinquantenne possano rientrare nel mondo del lavoro da apprendisti». Quindi non c'è una vera misura universalistica e il nuovo ammortizzatore sociale riguarderà solo circa di 100 mila persone in più rispetto a prima. Centomila (cioè gli apprendisti) sui 4 milioni di precari oggi presenti. Una goccia nel mare.

Le imprese pagheranno l1,4% in più per utilizzare contratti flessibili. Questo contributo servirà a finanziare lAspi. Saranno esclusi da questo aumento i contratti stagionali e sostitutivi. Ci saranno comunque degli incentivi per la stabilizzazione del lavoro? No. Perché secondo illustri economisti l'aggravio costi per le imprese rischia di trasferirsi sulla paga dei lavoratori, perché nella riforma non c'è una decisione sul salario minimo. Probabile perciò una riduzione degli stipendi dei dipendenti precari, e non un aumento.

Stage. Saranno possibili solo prima del compimento degli studi e non più dopo e dovranno essere retribuiti. L'entità della contribuzione non è stata stabilita nella bozza presentata fin'ora. Perciò paradossalmente si potrebbe anche essereretribuiticon 1 euro al mese.

Non c'è nessun miglioramento per i precari. Inoltre la riforma non prevede la riduzione delle attuali 46 figure contrattuali atipiche presenti, sembra destinata a sparire forse solo l'asspa, acronimo per associati in partecipazione. Maggiori tutele sono previste solo per gli apprendisti. Non è una mia opinione che non ci sarà nessun miglioramento per i precari, ma la semplice verità. Questo è precisa decisione del governo, il quale nella riforma generale non introduce una misura per la riduzione della povertà e contrasto allo sfruttamento come è il salario minimo,

il salario di cittadinanza o una misura universalistica equivalente, che in altri paesi europei esiste già.

Nessuna modifica art.18 per gli statali. Oltre a non risolvere i problemi strutturali del mercato del lavoro, cioè la sua dualità, la riforma pare non avrà effetti per i lavoratori statali, introducendo perciò un altra discriminazione o se volete, più blandamente, un altra dualità tra chi è statale e chi lavora nel settore privato. Scelta bizzarra e discutibile, se si considera il fatto che i lavoratori che maggiormente hanno bisogno di aiuto e maggiore stabilità si trovano in maggioranza nel settore privato, sebbene anche il settore pubblico abbia utilizzato precarietà diffusa.

Problema di metodo. Con questa riforma ai sindacati confederali sarà impedito di esprimere opinioni sui licenziati. Il governo ha effettivamente dialogato poco l'ultima parola spetta al Parlamento. La riforma spacca i sindacati e mette all'angolo la Cgil.
Siamo
lontani anni luce dalla cogestione tedesca (che pare funzioni e sia quella formula che rende l'economia tedesca la più forte del continente e molto competitiva a liv mondiale) ma anche dalle tutele di paesi assai meno industrializzati e sviluppati di noi, come Spagna, Romania, Croazia ecc

No dimissioni in bianco e congedi paternità. Nella riforma è prevista una disposizione contro le dimissioni in bianco. La pratica barbara prevede che alle donne venga chiesto di firmare le proprie dimissioni su un foglio bianco e vengono minacciate così di essere licenziate qualora restassero incinte. Previsti congedi di paternità obbligatori finanziati dal ministero del Lavoro, così da favorire loccupazione delle donne. Questa è la parte positiva della riforma e riguarda la famiglia. Importante che si ragioni anche del rapporto tra condizione famigliare e lavoro, quando si legifera di lavoro. E' una prassi in Europa, prima volta in Italia.

L'ultima parola spetterà al Parlamento. La riforma aiuta decisamente i licenziamenti quindi gli imprenditori e danneggia senza se e senza ma i lavoratori. L'idea di fondo era quella di rendere il mondo del lavoro più elastico, favorendo si il licenziamento – uscita – ma anche l'entrata nel mondo del lavoro, e il periodo tra un lavoro e l'altro con l'Aspi. Tuttavia l'Aspi appare inadeguata ma il problema vero è che la riforma non migliora le condizioni di chi vorrebbe essere lavoratore ma ancora non lo è (giovani) o rischia di non esserlo più a breve (precari), le protezioni sociali si concentrano ancora esclusivamente sui lavoratori dipendenti tradizionali e il licenziamento economico è un arma a doppio taglio in un periodo di crisi economica.

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permalink | inviato da Pa.P il 22/3/2012 alle 22:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Pareggio di bilancio scelta deleteria
post pubblicato in Ex Libris, il 12 marzo 2012

L'Ue ha deciso di introdurre nelle Costituzioni degli stati membri il fiscal compact, cioè l'obbligo di pareggio di bilancio. Solo Gran Bretagna e Repubblica Ceca hanno detto di no. L'Italia aveva già intrapreso questa scelta di politica economica, infatti l'iter di riforma costituzionale era iniziato lo scorso 30 novembre 2011 e al Senato della Repubblica lo scorso 15 dicembre 2011. Le riforme costituzionali prevedono un iter legislativo rafforzato, con due deliberazioni successive di entrambi i rami del Parlamento, prima Camera e poi Senato a distanza di tre mesi l'una dall'altra e a maggioranza qualificata. La Camera il 5 marzo ha approvato il pareggio di bilancio con maggioranza bulgara: 489 favorevoli, 3 contrari e 19 astenuti. Ora il testo deve ancora tornare al Senato per l'ultimo voto e poi la Costituzione repubblicana sarò modificata.

Ma cos'è ilpareggio di bilancio? Si stabilisce che le entrate fiscali, cioè la quantità di gettito incassato con le imposte dallo Stato e dagli enti locali, debba essere pari alle uscite, cioè alle spese per tutti gli aspetti del bilancio pubblico ma al netto degli interessi sul debito. Questo significa che i paesi che già spendono quote rilevanti dei propri bilanci per pagare gli interessi sul proprio debito pubblico invece che usare quei soldi per i servizi, come l'Italia, vedranno ulteriormente ristretta la propria autonomia fiscale e di decisione di spesa. La nuova formulazione della Costituzione prevede però la possibilità di fare debito, fino a un tetto del 3% di deficit, ma solo per finanziare “investimenti”. Dagli anni 90 ad oggi la maggior parte del deficit accumulato è stato fatto a causa delle enormi spese sostenute per spesso inutili e incomplete grandi opere pubbliche. Queste, come l'inutile e costosissima Tav, ricadrebbero tra le voci di investimento. Anche le spese militari non verrebbero perciò frenate, perché potrebbero essere camuffate da investimenti. Perciò il pareggio di bilancio, lungi dal dare maggiore disciplina fiscale e frenare la dilapidazione di risorse pubbliche che finiscono in mano alle cricche e alle mafie, si rivolge esclusivamente al bilancio corrente, fatto di spesevivee indirizzate ai servizi pubblici essenziali come istruzione e sanità, università.

Addio autonomia fiscale locale. La modifica dell'articolo 117 Cost., decide l'«armonizzazione dei bilanci pubblici» e che la competenza legislativa diventa di esclusiva statale e non più come ora, dopo la riforma del Titolo V, una competenza legislativa concorrente tra Stato e regioni. Gli enti locali quindi perdono autonomia di bilancio e la loro autonomia viene condizionata alrispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci; poi si decide che le autonomie territoriali concorranoad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea. Con la fine dell'autonomia fiscale locale si pone fine sul nascere al federalismo fiscale, con requiem alle velleità leghiste. Infatti la spesa e le imposte potranno essere decise a livello locale ma entro una disciplina di pareggio relativo alle stesse autonomie locali, regioni e province.

Premi nobel contro. 5 premi Nobel per l'economia (Kenneth Arrow, 1972; Peter Diamond, 2010; William Sharpe, 1990; Eric Maskin, 2007; Robert Solow, 1987) hanno lanciato un appello indirizzato al Presidente Usa Obama contro il pareggio di bilancio, indirettamente l'appello è riferito anche all'Ue. Per i nobel «inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose, avrebbe effetti perversi in caso di recessione» amplificando gli effetti nefasti. Le nuove disposizioni costituzionali si applicano dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014, proprio quando la nostra economia uscirà definitivamente dalla crisi iniziata nel 2009, perciò questa decisione avrà con tutta probabilità l'effetto di deprimere ancora la ripresa futura.

Una scelta politica neoliberista. La Costituzione italiana e i costituzionalisti avevano deciso di non imporre una decisa direzione economica al paese lasciando ai governi la scelta della politica fiscale ed economica da attuare. La Costituzione perciò non aveva scelto una politica fiscale al fine di lasciare libertà d'azione politica: dirigismo di stampo socialista, comunista e socialdemocratico o liberalismo. Ora, imponendo il pareggio di bilancio in Costituzione si fa una precisa scelta ideologica di stampo neoliberista, cancellando di fatto la possibilità per i prossimi governi di attuare una diversa scelta di politica economica con buona pace per la rappresentanza politica democratica.


Strada sbagliata e a senso unico. Le politiche economiche europee calate dall'alto tramite il braccio operativo dei governi nazionali hanno già dimostrato in molte occasioni la loro manifesta inadeguatezza. La disciplina di pareggio di bilancio imposta anzi, autoimposte dai singoli stati membri su loro stessi è sbagliata perché non si può pensare di imporre a realtà totalmente diverse tra loro un unica politica economica e fiscale valida per tutti. E non sto parlando di differenze di lingua e di cibo e costume, ma di dimensione economica, di capacitò produttiva, di produttività, di capacità di investimenti in R&D del settore privato: i membri dell'Ue sono tutti molto diversi, hanno economie molto eterogee, imporre a tutti la stessa minestra farà male ai più deboli, ma non avvantaggerà i più forti, causando un danno generale. Siamo distanti anni luce da un sano federalismo europeo, anche perché l'Ue non ha propria capacità di spesa o proprio bilancio - nel senso che il bilancio europeo è ottenuto tramite tasse nazionali. La scelta neoliberista è inoltre deleteria anche da un punto di vista prettamente democratico: imporre un unica visione del mondo, significa precludere certe politiche e quindi l'affermazione di alcune forze politiche su altre, danneggiando la democrazia stessa degli stati membri
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