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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Eco di ignoranza
post pubblicato in diario, il 23 febbraio 2016
Domenica è morto Umberto Eco. Era andato di traverso a moltissimi "italiani" quando ha affermato che i social hanno dato la voce a legioni di imbecilli. 

Poi oggi vedo un meme pubblicato da un amico su facebook.

Il meme (immagine con un testo associato che lancia un messaggio) gioca sull'equivalenza tra Afghani che si "difendevano" dall'invasione sovietica nell'85 -ed erano chiamati Freedom Fighters - combattenti della libertà e ora, che si "difendono" dall'invasione americana e vengono chiamati terroristi. (non lo linko qui perché non voglio che quella robaccia tocchi il mio blog, accontentatevi della descrizione o cercatevelo in "rete").
Bene, io gli ho commentato: Solo che non sono "Afghan" generici ma Talebani, erano estremisti fanatici anche nell'85.

Questo ragazzo che ha la mia età e che ha pubblicato il meme, è una persona intelligente. Non ha avuto problemi a trovarsi un lavoro, è una persona autonoma e conoscendolo da molto tempo so che sa ragionare. Mi fa male vedere che ogni tanto pubblica cose veramente imbecilli come quel meme. 

L'immagine gioca sulla differenza di come noi europei abbiamo appellato i talebani al tempo dell'Urss e ora. Il fatto è che queste immagini qualunquiste che girano su presunte pagine di informazione sui social mietono milioni di visite e di condivisioni, creano in sostanza il sentire comune, e in qualche caso fanno anche "scuola". Ora, io non dico che quando era l'Urss ad attaccarli noi li definivamo buoni e ora che siamo noi (noi inteso come occidente) a occuparli li definiamo cattivi (terroristi). Il punto è che l'immagine confonde gli afghani con i talebani e questo è il problema. Peché i talebani sono quella setta religiosa integralista che rende l'Afghanistan uno dei luoghi più arretrati del mondo intero. Che usa i bambini come scudi umani, che uccide a sassate le donne adultere, che uccide i gay, che perseguita chiunque non si tiene una bamba lunga come  -secondo la loro interpretazione coranica - debbano vestire gli uomini. I talebani sono solo i più antichi tra gli estremisti islamici che oggi conosciamo, e il loro agire nella violenza e nel soppruso non può essere ribaltato da un meme che ribalta il concetto di terrorista, facendolo passare per una visione di parte e facendo passare come cattivi prima gli Urss e poi gli occidentali. Perché se è vero che la guerra in Afghanistan degli americani è stata solo il modo di occupare un luogo strategico dal punto di vista geopolitico con la scusa del terrorismo, è anche vero che i Talibani SONO TERRORISTI e FANATICI, e lo erano anche quando "noi" (cioè l'occidente, cioè Usa + Nato) li finanziavamo con soldi e armi per fare la guerra all'esercito russo. 
(Russia, che tra l'altro aveva occupato l'Afghanistan con scopo molto più etico che gli Usa e l'occidente, lo scopo russo era liberare dalla barbarie fondamentalista gli Afghani e i popoli vicini.)

Quindi un meme che ci fa simpatizzare per dei fanatici, non è altrettanto pericoloso che un informazione malata e corrotta come quella degli anti-vaccinisti o come le migliaia di panzane che girano sui social? Io credo di si. Ecco perché Eco sarà pur sembrato un professorone pieno di sé ma sui social c'aveva proprio ragione. I social hanno dato voce a legioni di imbecilli.

A proposito di Eco, vorrei ricordare con un meme (guarda caso) una delle sue frasi, che con gli eventi terroristici di Isis, Boko Haram e talebani sembra ormai profetica, in tutto il suo acume: 

 

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permalink | inviato da Pa.P il 23/2/2016 alle 12:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Il Pakistan e l’America: High-Risk Duplicity
post pubblicato in Notizie, il 23 maggio 2011

Pakistan Usa - nemici/amici.

L’OPERAZIONE di Abbottabad, conclusasi con la morte del ricercato numero uno al mondo, è stata una svolta nella storia recente. Non tanto per il fatto che la morte di bin Laden possa aver inferto un duro colpo al terrorismo islamico, perché questo è ancora da provare. Ma, piuttosto, perchè il discorso con cui Barack Obama ha sentenziato che “giustizia era stata fatta” in seguito al raid in Pakistan sembrerebbe ridare all’America un po’ del suo tradizionale ottimismo.

I problemi, tuttavia, sono numerosi e includono anche il rapporto complicato tra Islamabad e Washington. Il governo pakistano ha deciso di fare la voce grossa — evidentemente le operazioni Nato e Usa sul suo territorio danno fastidio alle alte sfere dell’ISI, l’esercito e i servizi segreti pakistani. Danno fastidio, di riflesso, anche al governo, che da sempre in Pakistan è espressione del potentato economico e politico rappresentato dalle forze armate. “Solidali con esercito e servizi segreti”: questa è stata la dichiarazione di esponenti governativi. C’è da credergli: è sempre stato così? Il parlamento di Islamabad, dopo dieci ore di seduta, ha approvato una risoluzione che invita gli Stati Uniti a fermare i raid dei droni sul territorio pakistano e chiede l’apertura di un’inchiesta indipendente sul blitz dei Navy Seals che ha portato all’uccisione dell’ex leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. Gli Usa non possono fermare i raid dei droni. Il principale obiettivo della politica estera Usa non era uccidere lo sceicco del terrore, ma combattere e sconfiggere al-Quaeda. Nessuno nel mondo mette in dubbio che le basi operative dell’organizzazione criminale si trovino proprio tra le montagne delle zone tribali di uno dei suoi più grandi alleati, il Pakistan, proprio al confine con l’Afghanistan.

I rapporti bilaterali tra gli Usa e il Pakistan sono sempre stati rapporti di mutuo interesse. Gli Usa fornivano al Pakistan un alleato forte e autorevolissimo, una ricca fonte di finanziamento nonché una legittimazione internazionale di notevole portata. Il Pakistan fa comodo agli Usa come “paese amico”, se non altro per la sua strategica posizione geografica.

La relazione politica e diplomatica tra Washington e Islamabad è ambigua; ed ora vacilla più che mai (leggi l’articolo). La stessa vicenda dell’incursione ad Abbottabad non la farà per ora venire meno: è fondata su solidi interessi reciproci (politici, economici e strategici). Interessi che ora, anche grazie all’intervento di una potenza terza, la Cina, sono meno importanti di un tempo. Il Pakistan ha ricevuto tutto dagli Usa: finanziamenti, legittimazione politica, indulgenza della comunità internazionale sull’orribile situazione dei diritti umani, specialmente religiosi, riservati alle minoranze cristiane; persino la possibilità di dotarsi dell’arma atomica. Gli Usa vi hanno messo le loro basi militari e si sono finora riservati la possibilità di’intervento militare sul suolo pakistano. Hanno influenzato molto la politica del paese nel passato: l’ex presidente Musharraf era stato scelto proprio da Washington, ma non ha mai convinto. Ad Islamabad ha sempre governato l’esercito che non ha mai avuto interesse o non è mai riuscito, per incapacità, a controllare le zone tribali, dove prolifera la rivoluzione jihadista. Eppure il blitz notturno del due maggio è stato troppo: ha infatti ridicolizzato Islamabad, mostrandola per quella che in fondo è, un territorio di libero accesso alle truppe Usa. Ora, vista la figuraccia internazionale, il parlamento pakistano ha alzato il tiro: domanda una commissione indipendente e la fine dell’utilizzo dei droni che volano indisturbati: in pratica auspica il rispetto del proprio territorio e del diritto internazionale. Fino a pochi anni fa questa dura presa di posizione sarebbe stata impossibile e potenzialmente suicida per l’élite governativa pakistana. Ora è possibile. Qualcosa è cambiato.

Il potere contrattuale del Pakistan è cresciuto. Oggi il Pakistan è una grande potenza in lenta ma costante ascesa economica, ha la bomba atomica e soprattutto ha intessuto importantissimi e fruttuosi rapporti con la Cina. Ci sono progetti in costruzione che l’impero celeste sta finanziando, come il porto sul Mar Arabico e la linea ferroviaria nel Kashmir.

La Cina si serve di fatto del nuovo rapporto con il Pakistan e, paradossalmente, lo fa anche per non sbilanciare eccessivamente gli equilibri della questione ‘India’, acerrima rivale del Pakistan. Cina e Pakistan fanno gioco di squadra per limitare la crescita dell’India. L’india è sempre più isolata: piace poco agli agguerriti vicini, del resto è l’unico regime veramente democratico della zona. In questo teatro locale e globale completamente cambiato, in cui le relazioni internazionali disegnano un mondo non più unipolare, il rapporto Washington-Islamabad è per quest’ultima meno importante. Gli Usa si sono da tempo pentiti di aver permesso al Pakistan di dotarsi dell’arma atomica: gli hanno dato un peso internazionale e militare difficilmente controllabile che ora rischia di sfuggire anche dalle loro mani. Gli accordi sulla non proliferazione, voluti dagli Usa, sono stati firmati anche dal Pakistan.  La Cina sta finanziando e ha iniziato la costruzione di due reattori nucleari proprio in Pakistan, senza preoccuparsi degli accordi internazionali sulla non proliferazione voluti da Washington.

Il ruolo degli Usa nell’area centro asiatica è cruciale, l’area è il centro del nuovo nemico degli Usa. Essi devono controllarla non solo per interesse economico e geostrategico, ma soprattutto perché quello è uno dei centri da cui si propaga in tutto il mondo il pericolo letale del fondamentalismo islamico. E’ proprio questo il nemico ideologico, politico e militare che la politica Usa cerca di abbattere ad ogni costo, così come fu per il comunismo. Tutti i Presidenti hanno la stessa impostazione politica, per quanto riguarda queste grandi scelte; Democratici o Repubblicani non importa: il nemico comune per gli Usa è nemico di tutta la classe politica Usa, senza eccezioni. Da qui si capisce l’impegno di Barack Obama contro il fondamentalismo e la crociata anti jihadista iniziata da George W. Bush. La sfida politica degli Usa è tale dai tempi della fondazione stessa del Paese, non è fenomeno recente. Essi rappresentano loro stessi, nella storia dell’umanità, come portatori di valori universali da diffondere all’intera umanità. La libertà, americanamente intesa, è valore fondante della Nazione, ma anche uno degli ideali su cui tutta la politica estera americana si fonda. La diplomazia americana si sta muovendo per addolcire il regime pakistano, che ha deciso di mostrare i muscoli. Perlopiù il presidente del Comitato per le Relazioni Estere del Senato Usa, il democratico John Kerry, non ha  cercato di minimizzare il problema che esiste tra Pakistan e Usa, sostenendo che Washington vuole che il Pakistan sia un alleato «reale» nella lotta al terrorismo: “Noi pensiamo che ci siano cose che possono essere fatte meglio. Ma sia chiaro, non stiamo affatto cercando di rompere una relazione, piuttosto di trovare il modo per costruirla in modo più solido.”

Gli Usa hanno capito bene di cosa si tratta. L’ISI pakistana non è mai stata interessata a sconfiggere i taliban: l’obiettivo principale per il Pakistan è combattere la democratica India. Nel Pakistan tradizionale non esiste Islam moderato e all’élite militare sta bene così. Ufficialmente l’élite pakistana mostra di essere impegnata anch’essa contro il terrore, ma solo per non essere additati come “Stato canaglia” e poter continuare a crescere d’importanza nello scacchiere mondiale. D’altronde, nelle relazioni internazionali, gli Stati non valgono tutti allo stesso modo. L’Afghanistan è stato scelto come palcoscenico principale per la lotta al terrore, anche perché è un paese economicamente ed ancor più politicamente debole. Una guerra contro il terrore che avesse come palcoscenico il Pakistan non sarebbe stata neppure auspicabile. Gli Usa avevano schivato il problema facendo intervenire sul suolo Pakistano i loro efficientissimi aerei teleguidati: i droni (leggi l’articolo).

Ora quest’utilissimo strumento della guerra al terrore è messo in discussione. D’altronde il Pakistan non è l’Afghanistan: ha quindi molto più valore sullo scenario internazionale. E anche se i quadri di al-Quaeda sono da sempre nel Pakistan, come più fonti indicano, e non nel povero e medioevale Afghanistan, poco importa: la guerra al Pakistan non si può fare, in compenso la si è fatta contro il vicino povero. Il Pakistan ha un esercito di tutto rispetto, 180 milioni di abitanti e l’arma atomica; in Afghanistan ci sono solo montagne, deserto, barbe lunghe e tristezza.

Kay Garnger, la portavoce della sottocommissione per gli stanziamenti del Congresso (organo preposto all’assegnazione dei fondi per le operazioni all’estero), ha richiesto la sospensione degli aiuti americani al Pakistan, affermando che Islamabad non sarebbe in grado di distribuirli in modo trasparente. Se questa minaccia fosse messa in pratica, i pakistani perderebbero un milione e mezzo di dollari l’anno e s’interromperebbe il flusso di denaro che dal 2002 ad oggi ha portato 20 miliardi di dollari nelle casse di Islamabad. Molti a Washington stanno pensando che tutti quei soldi sono stati gettati al vento, lo stesso governo comincia a dubitare sempre di più sull’affidabilità dell’ISI. Tuttavia, è quasi sicuro che le minacce della Garnger non si trasformeranno in azioni. Il doppiogiochismo di Islamabad non rappresenta di per sé una sorpresa. Gli americani questo lo sanno: dei pakistani non ci si può fidare ciecamente, per quanto utili. Non a caso, recentemente la CIA ha provveduto a creare nel paese un suo network di spionaggio indipendente e senza contatti con gli 007 locali dell’ISI.


L'articolo è stato pubblicato dalla rivista di politica internazionale Thepostinternazionale e può essere letto anche a questo link: http://www.thepostinternazionale.it/2011/05/islamabad-e-washington-high-risk-duplicity-2/

Il ruolo di Washington nella crisi siriana
post pubblicato in Notizie, il 18 maggio 2011

IN SIRIA E’ GUERRA. I manifestanti che chiedono maggiori libertà vengono uccisi senza pietà dal regime di Assad, il quale era ritenuto dalla comunità internazionale, così come dagli Usa, un esponente dell’Islam moderato in grado di attuare quelle riforme volte all’avvicinamento del paese all’Occidente.

In grado quindi di promuovere i diritti civili e politici. Evidentemente non è così. Le rivolte contro il suo potere dittatoriale sono scoppiate in concomitanza con le proteste del 18 marzo a Daraa, nel sud del Paese, e si sono poi estese a tutta la Siria. A riprova dell’errore di valutazione, soprattutto americano, circa due settimane fa, fu lo stesso Presidente Assad a decidere di sedare la rivolta inviando l’esercito a Deraa. Le truppe del regime siriano circondano nella notte le cittadine, tagliano i rifornimenti di elettricità, acqua e delle linee telefoniche, e poi entrano nelle case rapendo o giustiziando quelli che ritengono essere presunti membri della rivolta. Il 9 maggio c’è stata una manifestazione di donne nel sud della Siria: chiedevano che fine avessero fatto gli oltre 8,000 scomparsi -rapiti dalle truppe del regime, tra cui mariti, figli e parenti- di cui esse non hanno più notizie da giorni. Secondo le Associazioni siriane per i diritti umani sono almeno 630 le persone uccise nel corso della rivolta e migliaia quelle arrestate arbitrariamente.

L’Unione europea ha approvato le sanzioni contro 13 alti esponenti del regime siriano, tra cui il fratello minore del presidente siriano Bashar al Assad, Maher, capo della Guardia Repubblicana. Il provvedimento, che impone il congelamento dei beni e il divieto di visto, è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Ue ed è in vigore dal 10 di maggio. Maher al Assad, 43 anni, presentato come “il principale” responsabile della repressione contro i manifestanti, precede sulla lista il capo dell’intelligence, il generale Ali Mamlouk, 65 anni, e il nuovo ministro dell’Interno Mohammad Ibrahim al-Chaar, entrambi colpiti dalle sanzioni per il loro “coinvolgimento nella repressione”. Il provvedimento adottato dall’Ue prevede anche un embargo sulle armi verso la Siria. Da Berlino, il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle non ha escluso un inasprimento delle sanzioni dell’Unione europea nei confronti della Siria se continueranno gli omicidi e i rapimenti, intendendo che l’Ue potrebbe a breve decidere di estendere le sanzioni anche alla famiglia del Presidente Assad.

I fatti sono declassati a opinioni. A tal punto che chi scrive usando per lo più le informazioni provenienti da attivisti e testimoni oculari, spesso reperite su internet, su youtube o facebook, viene tacciato di essere un fiancheggiatore del complotto straniero (“saudita” o “americano”); chi invece cita per lo più la tv di Stato e l’agenzia ufficiale “Sana” diventa automaticamente un sostenitore del fronte siro-iraniano. Le autorità siriane continuano a presentare la Siria come un teatrino dove loro hanno il ruolo di guida: il governo moderato che vuole placare le violenze perpetrate da alcuni sedicenti fondamentalisti ispirati dagli Usa, dall’Arabia Saudita e anche da Israele. I manifestanti sono invece persone comuni, spinte alla ribellione dalle condizioni disumane del regime dittatoriale siriano e dal coraggio infuso dalla riuscita delle altre proteste nel  mondo arabo. Assad ha parlato solo due volte in pubblico dallo scoppio della protesta, entrambe per affermare che si sta impegnando per placare le violenze. Ad oggi tuttavia risulta che le violenze siano perpetrate proprio dai suoi uomini.

Bouthaina Shaaban, portavoce ufficiale del governo e consigliere del Presidente, ha affermato che il governo ha domato le rivolte. Queste le sue parole: “Credo che abbiamo superato la fase più pericolosa. Lo spero e lo credo”. Shaaban ha detto che le è stato chiesto di aprire le discussioni con alcuni attivisti, e che la settimana scorsa ha incontrato molte figure dell’opposizione, promettendo loro una maggiore libertà di stampa, la legalizzazione dei partiti e una legge elettorale. Probabilmente è tutto falso. Sembra di rivedere il vuoto e poco credibile tentativo già fatto da tutti i regimi arabi di aperture moderate e democratiche poco prima di cadere di schianto sotto il peso delle piazze. Ma la malafede della portavoce è apparsa evidente quando ha liquidato i manifestanti come “una combinazione di fondamentalisti, estremisti, trafficanti di droga ed ex condannati usati per creare disordini”.

La protesta contro il regime continuerà, stando a quanto ha riportato la tv satellitare al-Arabiya. Il variegato fronte di opposizione al regime nato con “il giorno della rabbia” ha infatti convocato una nuova serie di manifestazioni antigovernative per i prossimi giorni. Sempre l’emittente di Dubai ha reso noto che i carri armati dell’esercito sono entrati ad al-Muaamadia, un quartiere periferico di Damasco. Altre fonti da Damasco riportano invece diversamente: colonne di carri armati si sarebbero dirette verso Hama, città della Siria occidentale, teatro nei giorni scorsi di violente proteste anti-governative. Si parla anche dell’arresto di alcuni attivisti dell’opposizione avvenuto durante le proteste di stanotte nella capitale. Gli oppositori del regime sono finiti in manette anche a Homs e nella città costiera di Banias, dove l’esercito mantiene l’assedio.

A riprova della malafede del regime di Assad, e della falsità dell’accusa che le proteste siano ispirate da potenze straniere, sta il fatto che gli Usa, ingenuamente o per calcolo politico, continuano a sostenere che il presidente siriano sia un moderato. Mentre addossano tutte le responsabilità della repressione all’establishment militare. Anche per via di questa posizione del segretario di Stato Hillary Clinton, l’Ue non ha promosso ancora sanzioni al Presidente Assad e alla sua famiglia, che intanto è espatriata e ora vive a Londra. Molto cauto e defilato il ruolo dell’Onu, che ancora non ha deciso di considerare la vicenda siriana alla stregua delle altre proteste del mondo arabo. Tanto che Ban Ki Moon ha dovuto chiedere il permesso al Presidente Assad per mandare una delegazione a verificare se ci siano state o meno delle violenze. Intanto, sugli schermi di tutto il mondo, si assiste alle immagini delle violenze del regime, caricate in rete dagli attivisti anti -Assad. La posizione dell’amministrazione Obama appare però in evoluzione. Gli Usa considerano la crisi siriana molto pericolosa, proprio per via della contiguità politica e religiosa tra il regime di Assad e l’Iran. Assad e il suo clan sono Alawiti, una setta religiosa dello Sciismo. L’Islam Sciita è anche la religione di stato dell’Iran. Molte anche le contiguità ideologiche: i due regimi si sono spesso vicendevolmente sostenuti, sia in ambito economico sia in ambito diplomatico. Al dipartimento di Stato Usa si teme un’escalation del conflitto su scala regionale, con il coinvolgimento dell’Iran naturalmente, qualora gli americani dovessero decidere per un intervento anche velato a sostegno degli insorti. Ma gli Usa non possono impegnarsi in un altro conflitto, specie se contro una grande potenza militare come l’Iran di Ahmadinejad. Ad oggi le sanzioni sembrano l’unica opzione possibile.

Questi i siti web della rivolta siriana:

https://www.facebook.com/Syrian.Revolution

http://twitter.com/RevolutionSyria

http://www.youtube.com/DayOfRageTV

https://twitter.com/Syrian_Revolt


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permalink | inviato da Pa.P il 18/5/2011 alle 22:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Lulisti e Chavisti: la primavera socialista del Sud America
post pubblicato in Notizie, il 14 maggio 2011

A cura di Paolo Perini e Federico Marzano

LO SVILUPPO ECONOMICO dell’intero continente sudamericano è in continua crescita. Si tratta di un processo che è sotto gli occhi di tutto il mondo.

Specie negli ultimi quindici anni, pur con le dovute differenze, i paesi latinoamericani hanno raggiunto discreti risultati circa il loro consolidamento democratico, ben supportato da un’apertura al libero mercato e all’iniziativa privata.

Il che ha ridotto, gradualmente, le abissali disparità fra ricchi e poveri. Una nuova classe media è alla ribalta e i diritti civili e politici fondamentali sono finalmente rispettati quasi ovunque. Il Sudamerica conosce un progresso senza precedenti nella sua storia.

I governi di Ecuador, Venezuela, Cile, Perù, Bolivia, Brasile, Uruguay ed Argentina, pur nettamente dissimili tra loro e operanti in contesti regionali assai diversi, sono inscrivibili nella grande famiglia socialista. Questo non è in contrasto con il consolidamento del sistema istituzionale e della democrazia, bensì sembra esserne una diretta conseguenza.

Gradualmente, e comunque non uniformemente, per la prima volta nella storia i popoli sudamericani sembrano essere in grado di ‘amministrarsi’ da soli, senza dover chinare la testa di fronte al potente e influente vicino Usa, secondo quanto previsto dalla Dottrina Monroe (1823). E non sono neanche succubi di feroci dittature militari sanguinarie.

In breve, si potrebbe parlare compiutamente di una Primavera democratica e di una Primavera socialista. Nello specifico, potrebbero identificarsi due macrogruppi che dividono i suddetti governi: gli “Chavisti” e i “Lulisti”. Tutti, in ogni caso, condividono tre elementi chiave del loro agire politico:

  • La lotta alla povertà
  • La tutela delle minoranze e riconoscimento degli indios e rispetto della loro cultura
  • La distribuzione più equa delle risorse

Queste tre direttrici cardine rappresentano una netta alterità col passato, contraddistinto da una crescente povertà delle masse povere ed un conseguente arricchimento di alcuni gruppi privilegiati, spesso di etnia bianca, proprietari delle risorse naturali che sfruttavano a loro piacimento, distruggendo le culture e le società indigene.

I governi democraticamente eletti di matrice socialista hanno in comune l’obiettivo di creare delle società più giuste, ovvero più eque, dove la ricchezza venga meglio distribuita tra tutti gli strati sociali; dove non esista più il razzismo e dove la lotta alla povertà sia il viatico per un solido sviluppo economico futuro. Queste, che sono le principali similitudini dei governi sudamericani, sono poi messe in contrasto da ciò che differenzia e distingue chiaramente in due diversi tipi di socialismo tali governi.

I due gruppi in questione sono, appunto, i “Lulisti” da una parte e gli “Chavisti” da un’altra – rispettivamente dai nomi di Lula, ex Presidente del Brasile, e di Ugo Chávez, attuale Presidente-quasi-dittatore del Venezuela. E’ quindi utile schematizzare e ridurre la complessità di queste due grandi ‘famiglie’: chiamando i primi ‘socialisti democratici’ (o socialdemocratici) e i secondi ‘Chavisti’, socialisti rivoluzionari.

“Chavisti” sono gli stati impegnati in politiche volte alla costruzione di quello che lo stesso Chávez ha definito “Socialismo del XXI secolo”, e facilmente individuabili attraverso l’adesione all’Alba: l’Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblos. L’asse chavista è composto dal Venezuela di Chávez, la Cuba dei fratelli Castro, il Nicaragua di Daniel Ortega, la Bolivia di Evo Morales e l’Ecuador di Rafael Correa. Ci sono anche Dominica, Antigua e Barbuda e Saint Vincent e Grenadine, ma in questi casi l’adesione all’Alba non può essere caricata di troppi significati ideologici: essi sono perlopiù piccoli stati caraibici che cercano qualche petroldollaro venezuelano e qualche occasione di commercio.

Il blocco “Lulista”, invece, comprende naturalmente il Brasile della Presidentessa Dilma Rousseff, successore di Lula, l’Argentina dei Kirchner, l’Uruguay del tupamaro riformato Mujica dopo Tabaré Vázquez, il Paraguay di Lugo, l’El Salvador di Mauricio Funes e il Guatemala di Colom.

Tale si considerava in particolare anche il Perù di Alan García Perez, se non altro fino allo scontro durissimo con lo stesso Chávez ed Evo Morales. Stesso discorso potrebbe farsi per le amministrazioni facenti riferimento al Partito di Liberazione Nazionale in Costa Rica, agli antipodi dello chavismo. Pur non essendo ancora arrivate ad uno scontro esplicito, esse si richiamano alla socialdemocrazia, così come il Cile di Sebastián Piñera e Haiti di Préval.

Le principali differenze tra lulisti e chavisti sono grosso modo le stesse che intercorrono tra la sinistra democratica e la sinistra rivoluzionaria: quest’ultima non crede ancora ai valori dell’alternanza e della democrazia compiuta. Vuole cambiare il sistema economico in senso socialista, rifiutando il sistema economico capitalistico a priori. Alfiere del socialismo rivoluzionario è, ancora una volta, Chávez.

I “lulisti”, invece, sono veri socialdemocratici. Convinti assertori della necessità di intervento pubblico nell’economia, non mettono in discussione il sistema capitalistico, che li vede crescere significativamente anno dopo anno. Alfiere di questo sistema è stato, senza ombra di dubbio, il Brasile di Lula.

In politica estera i due “gruppi” hanno a loro volta differenze e somiglianze. I lulisti sono interpreti di una politica estera espansiva che guarda oltre gli Usa e la vecchia Europa per far crescere il continente a fianco di importanti accordi internazionali con le nuove potenze in ascesa, come la Cina. Sono tuttavia capaci di intrattenere proficui rapporti di amicizia anche con gli ex colonizzatori. Non vedono più nell’America una minaccia, bensì un’opportunità. Diverso è per gli chavisti: sempre più lontani, non solo ideologicamente ma anche diplomaticamente, dagli Usa, anch’essi, però, intrattengono rapporti con le nuove potenze, segnatamente con la Cina ed il Sud-Est Asiatico.

La nuova forza delle istituzioni permette una forte espansione, sia economica che civile. Negli ultimi anni, l’elezione di quattro donne alla massima carica dei loro rispettivi Stati, Michelle Bachelet in Cile, Cristina Fernández de Kirchner in Argentina, Dilma Rousseff in Brasile e Laura Chinchilla in Costa Rica, ha segnato un vero e proprio segnale di svolta. Ciò ha anche contribuito a rafforzare il ruolo della donna in una regione dove le pari opportunità non sempre vengono rispettate sui posti di lavoro e nella vita quotidiana.

La forza delle istituzioni è dovuta in gran parte al rinnovato senso di comunità che il popolo sente: finalmente una politica più vicina ai suoi interessi provvede a ridistribuire la ricchezza prodotta e a mettere in campo efficaci politiche governative per ridurre la povertà e aumentare la scolarizzazione. Le nuove classi dirigenti del Sudamerica vogliono far uscire i loro paesi da una situazione endemica, retaggio del passato coloniale, dei regimi corrotti post-indipendenza e delle dittature.

E’ innegabile, in questo senso, il ruolo trainante del Brasile, che è una delle nuove potenze globali emergenti. Il gigante trasporta con il suo peso l’intera regione al vertice della politica mondiale. Ciò che è più importante, però, è che tutti i paesi, grandi e piccoli, abbiamo intrapreso un cammino virtuoso ed individuale.

Il Sudamerica di oggi, nel suo complesso, sembra quindi riuscire a coniugare una moderata crescita economica ed un forte progresso nei diritti civili e sociali dei suoi popoli. Certamente non bastano quindici anni di sviluppo per riscattare quattro secoli e mezzo di storia. Ma la strada intrapresa sembra essere quella di un futuro luminoso e ricco di aspettative.

Questo articolo trae spunto dalla puntata di Fujiko International sul Sudamerica che ha visto i due autori di questo articolo impegnati in un appassionato dibattito su questo e altri temi. Ve ne consigliamo l’ascolto. Clicca sul link per ascoltare la puntata del programma radiofonico curato da Paolo Perini, con l’intervista a Federico Marzano: http://cid-9aeb03e17fd5b644.office.live.com/self.aspx/.Public/Fujiko%5E_International%5E_Sud%5E_am%5E_e%5E_socialismo%5E_podcast.mp3
Il senso dello Stato evita il collasso
post pubblicato in Notizie, il 13 aprile 2011

Un ora prima del collasso è arrivato l'accordo sul bilancio e ha evitato la chiusura degli uffici pubblici negli Usa. Poco prima della mezzanotte dell'otto Aprile scorso, lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner e il leader democratico al Congresso il senatore Harry Reid, hanno annunciato l'intesa sulla legge di spesa più rigorosa degli ultimi anni. Appena ufficializzato l'accordo, il Presidente Barack Obama si è rivolto agli americani in tv dalla Casa Bianca per spiegare che le scelte compiute sono «dolorose ma necessarie»: 38,5 miliardi di tagli solo per iniziare. Infatti il bilancio della superpotenza risente di un deficit che ha fatto schizzare il debito pubblico americano dal 53% sul Pil del 2000 al 60% di quest'anno.

Il dissestato bilancio pubblico Usa è anche il primo al mondo per una componente molto negativa: il debito pubblico contratto con Paesi stranieri che nel 2010 ammontava a 13,9 miliardi di dollari, in maggior parte con la Cina e con i paesi produttori di petrolio, come l'Arabia Saudita. (http://www.thepostinternazionale.it/2011/02/la-riduzione-delle-spese-tagliera-le-gambe-alla-presidenza-obama/)

Barack Obama, in diretta tv con malcelata soddisfazione ha affermato che: «Domani il governo federale sarà aperto: i parchi nazionali, i monumenti nazionali e gli uffici federali non chiuderanno. E questo perché oggi americani di opinioni diverse hanno trovato un accordo. Alla fine è stato un dibattito sui tagli alla spesa, non su questioni sociali» - è stato il commento a caldo del Presidente. Obama è riuscito a mettere d'accordo i Repubblicani e i Democratici e a placare i mugugni interni al suo esecutivo ma non è caduto in compromessi politici che avrebbero snaturato la sua Presidenza come ad esempio tagliare i fondi per l'aborto. Infatti, fino all'ultimo, il tema che ha diviso i due partiti è stato se togliere i finanziamenti federali all'agenzia privata Planned Parenthood come chiedevano a gran voce i Repubblicani, perché tra i servizi che fornisce l'agenzia ci sono anche gli aborti. Una misura ideologica che i Repubblicani volevano ammantare di un alone di responsabilità finanziaria per puro calcolo elettorale. I voti della destra religiosa dell'America profonda fanno gola al Gop.

L'intesa prevede il prolungamento di una settimana del finanziamento delle spese federali, per dare tempo al Congresso di mettere a punto in dettaglio la finanziaria che sarà presentata al Presidente entro venerdì 15 Aprile. Per Obama l'intesa significa che «cominciamo a vivere secondo i nostri mezzi» (e non al di sopra di essi cioè facendo deficit n.dr.). La finanziaria potrà quindi essere stilata senza che il bilancio pubblico finisca nell'esercizio provvisorio, che avrebbe causato la chiusura degli uffici pubblici federali e niente stipendio di Aprile per tutti i dipendenti federali. La prima settimana di Aprile ha visto durissimi negoziati, che hanno portato infine la Camera, a maggioranza Repubblicana, dare via libera con 247 voti favorevoli e 181 contrari. Il provvedimento ponte è passato ora al vaglio del Senato a maggioranza democratica. Poi dovrà essere ratificato dal Presidente. Nel presidenzialismo americano i poteri del Presidente in tema di bilancio sono in effetti molto inferiori ai poteri di cui dispone, ad esempio, il Presidente del consiglio in Italia, dove vige una forma di governo di tipo parlamentare, che solo teoricamente da meno poteri all'esecutivo e più poteri al legislativo (le Camere), stessa cosa si può dire per un altro sistema parlamentare, di diverso tipo, come quello inglese, dove il potere dell'esecutivo sulla sezione di bilancio è pressoché assoluto.

Questa è in realtà la prima grande battaglia di una lunga guerra. I democratici l'hanno vinta: sono riusciti a salvare sanità e istruzione. La possibilità di dare una “spallata” a Obama è tramontata. Il Gop voleva tagli al bilancio federale per 40 miliardi di dollari per l'anno in corso (2011), i democratici per 33. Il compromesso è stato trovato a 38,5 ma non taglia i fondi federali a istruzione e non intacca la riforma Obama della sanità. Tra breve il Congresso sarà impegnato in altre pesanti discussioni sul bilancio 2012, dove i conti si fanno più stringenti e il Congresso dovrà discutere sulla necessità di alzare il tetto massimo di indebitamento proposto dal Governo e sulle prospettive di spesa e deficit di più lungo periodo. Insomma non solo un mero dibattito sui soldi da spendere. Questo è un vero e proprio scontro a tutto campo tra idee politiche di società tra loro inconciliabili: da una parte il vero fiore all'occhiello di tutti i partiti progressisti del mondo, cioè mantenere e semmai espandere il Welfare State, dall'altra l'idea di Stato minimo, in cui sono i privati a doversi far carico dei loro propri bisogni collettivi. Questa è l'ideologia Reganiana e Thacheriana, che è anche la vera spina dorsale del movimento ultraliberista Tea Party. I Repubblicani alla Camera, spinti da una nuova generazione di deputati eletti dal movimento conservatore e ultraliberista del Tea Party hanno presentato nei giorni scorsi un aggressivo piano per eliminare quasi seimila miliardi di dollari di spesa nell'arco dei prossimi dieci anni, puntano convintamente allo Stato minimo e alla privatizzazione di quasi tutti i servizi.

La sfida è sia economica che politica. Il Tea Party è convinto che riuscirà a trascinare verso le proprie posizioni radicali tutto il Gop, e pensa convintamente che il liberismo sfrenato sia la risposta che gli americani vogliono per marcare una discontinuità con questi anni di Presidenza Obama che si sono caratterizzati anche per un grande accentramento di potere e una marcata espansione del governo federale. E una conseguente espansione del suo bilancio. Il Tea Party crede non solo di strappare consensi elettorali, ma le sue ricette economiche sono anche la sua identità politica. Infatti i suoi membri condividono l'ideologia liberista, ma all'interno del movimento ci sono posizioni molto distanti su tanti altri temi: è quindi l'economia il loro punto forte e il loro collante interno. I Democratici sono invece convinti dell'opposto, cioè che le posizioni estreme di certa parte del Gop possano allontanare da quel partito i moderati di centro, e questo possa giocare a loro favore e perciò a favore della rielezione di Obama.

Ma al di là degli interessi di partito ha per ora prevalso nei politici un sano pragmatismo e senso dello Stato. L'intesa introduce pesanti tagli a decine di programmi governativi finanziati con fondi federali per ridurre il deficit. Senza l'accordo si sarebbe arrivati alla chiusura dei servizi governativi e alla sospensione degli stipendi dei dipendenti pubblici: una situazione di caos di questo tipo, per ora evitata, è già successa nel 1995. L'allora Presidente democratico Bill Clinton si trovò in una situazione simile a quella in cui si è trovato Barack Obama: anche allora a seguito delle Mid Term, il Presidente democratico si trovò a dover fronteggiare un Parlamento a maggioranza Repubblicana.

Obama ha dimostrato ancora una volta la sua straordinaria abilità al dialogo con l'opposizione avendo evitando però che questo dialogo potesse tradursi in compromessi verso il basso. Egli ha come stella polare del suo agire politico concreto il bene della nazione, ma le sfide sul bilancio non sono finite e il Tea Party è molto agguerrito, proprio perché fa di queste battaglia la propria identità politica e il senso stesso della propria esistenza politica.

Per ora ha vinto il senso di responsabilità, ognuno ha rinunciato a qualcosa e si è fatto il bene dello Stato. Il pragmatismo anglosassone ha vinto sugli interessi elettorali e sulle misure ideologiche: questa è la forza trainante della politica Usa.

Quello stesso senso dello Stato che tanto manca negli uomini che incarnano le nostre Istituzioni e nella nostra classe didrigente e politica. Ho un idea: si potrebbe copiare questo dagli USA invece che la precarietà, la finanza creativa, gli hamburgher e le starlette. Ma si sa, noi siamo latini: il pragamtismo anglosassone ce lo sognamo.

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