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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Non toccate gli stranieri e gli islamici, per carità!
post pubblicato in Notizie, il 16 novembre 2015
Libertari italiani in strenua difesa dell'Islam. Non si può certo dire che c'è una parte (consistente) di Islam malato e filo-terrorista, altrimenti passi per islamofobo. E poi ci sono i benpensanti che dicono che la religione non c'entra nulla (seee come no) ma quando vai a spiegare loro che l'Islam non ha un capo supremo in grado di dare una lettura univoca delle scritture e quindi ogni estremismo è valido dal punto di vista teologico - rimangono basiti, perché loro queste cose non le sanno perché non le hanno studiate.

Questi libertari con la pancia piena e il culo parato, abituati a vivere come me, come tutti gli occidentali in Paesi in cui è garantita la libertà di pensiero - parola - e qualsiasi comportamento non si rendono conto che se vivessero in un paese islamico se la sognerebbero la loro libertà, e sarebbero messi a morte per le loro idee di uguaglianza, rispetto della donna eccetera eccetera.

Sarebbero messi a morte anche dall'Islam più moderato. (che poi questo islam moderato lo devo ancora vedere. Che ieri sera ho visto un pezzo in cui c'era il capo degli imam della Lombardia e non mi pareva affatto moderato)
Non cogliere questa contraddizione è letale. Puoi essere libero di esprimerti perché non vivi in un paese islamico, perché la nostra libertà ce la siamo guadagnata col sangue e col sudore in migliaia di anni di lotta contro la nostra religione e contro i nostri dittatori, i nostri Re.E ora che la nostra libertà è minacciata dagli invasati islamici, non pretendiamo neanche che sia fatta chiarezza per dividere i "moderati" dai fanatici. Un comportamento assolutamente stupido e masochista. Siamo pieni di fanatici islamici anche qui da noi. Pieni. E io domani non voglio morire per mano loro. Io proteggo la mia libertà con ogni mezzo che mi rimane, la parola, lo scritto, e lo farò sempre. Alla faccia dei libertari pro islam sempre e comunque.Rendiamocene conto.

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permalink | inviato da Pa.P il 16/11/2015 alle 17:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
Il Pakistan e l’America: High-Risk Duplicity
post pubblicato in Notizie, il 23 maggio 2011

Pakistan Usa - nemici/amici.

L’OPERAZIONE di Abbottabad, conclusasi con la morte del ricercato numero uno al mondo, è stata una svolta nella storia recente. Non tanto per il fatto che la morte di bin Laden possa aver inferto un duro colpo al terrorismo islamico, perché questo è ancora da provare. Ma, piuttosto, perchè il discorso con cui Barack Obama ha sentenziato che “giustizia era stata fatta” in seguito al raid in Pakistan sembrerebbe ridare all’America un po’ del suo tradizionale ottimismo.

I problemi, tuttavia, sono numerosi e includono anche il rapporto complicato tra Islamabad e Washington. Il governo pakistano ha deciso di fare la voce grossa — evidentemente le operazioni Nato e Usa sul suo territorio danno fastidio alle alte sfere dell’ISI, l’esercito e i servizi segreti pakistani. Danno fastidio, di riflesso, anche al governo, che da sempre in Pakistan è espressione del potentato economico e politico rappresentato dalle forze armate. “Solidali con esercito e servizi segreti”: questa è stata la dichiarazione di esponenti governativi. C’è da credergli: è sempre stato così? Il parlamento di Islamabad, dopo dieci ore di seduta, ha approvato una risoluzione che invita gli Stati Uniti a fermare i raid dei droni sul territorio pakistano e chiede l’apertura di un’inchiesta indipendente sul blitz dei Navy Seals che ha portato all’uccisione dell’ex leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. Gli Usa non possono fermare i raid dei droni. Il principale obiettivo della politica estera Usa non era uccidere lo sceicco del terrore, ma combattere e sconfiggere al-Quaeda. Nessuno nel mondo mette in dubbio che le basi operative dell’organizzazione criminale si trovino proprio tra le montagne delle zone tribali di uno dei suoi più grandi alleati, il Pakistan, proprio al confine con l’Afghanistan.

I rapporti bilaterali tra gli Usa e il Pakistan sono sempre stati rapporti di mutuo interesse. Gli Usa fornivano al Pakistan un alleato forte e autorevolissimo, una ricca fonte di finanziamento nonché una legittimazione internazionale di notevole portata. Il Pakistan fa comodo agli Usa come “paese amico”, se non altro per la sua strategica posizione geografica.

La relazione politica e diplomatica tra Washington e Islamabad è ambigua; ed ora vacilla più che mai (leggi l’articolo). La stessa vicenda dell’incursione ad Abbottabad non la farà per ora venire meno: è fondata su solidi interessi reciproci (politici, economici e strategici). Interessi che ora, anche grazie all’intervento di una potenza terza, la Cina, sono meno importanti di un tempo. Il Pakistan ha ricevuto tutto dagli Usa: finanziamenti, legittimazione politica, indulgenza della comunità internazionale sull’orribile situazione dei diritti umani, specialmente religiosi, riservati alle minoranze cristiane; persino la possibilità di dotarsi dell’arma atomica. Gli Usa vi hanno messo le loro basi militari e si sono finora riservati la possibilità di’intervento militare sul suolo pakistano. Hanno influenzato molto la politica del paese nel passato: l’ex presidente Musharraf era stato scelto proprio da Washington, ma non ha mai convinto. Ad Islamabad ha sempre governato l’esercito che non ha mai avuto interesse o non è mai riuscito, per incapacità, a controllare le zone tribali, dove prolifera la rivoluzione jihadista. Eppure il blitz notturno del due maggio è stato troppo: ha infatti ridicolizzato Islamabad, mostrandola per quella che in fondo è, un territorio di libero accesso alle truppe Usa. Ora, vista la figuraccia internazionale, il parlamento pakistano ha alzato il tiro: domanda una commissione indipendente e la fine dell’utilizzo dei droni che volano indisturbati: in pratica auspica il rispetto del proprio territorio e del diritto internazionale. Fino a pochi anni fa questa dura presa di posizione sarebbe stata impossibile e potenzialmente suicida per l’élite governativa pakistana. Ora è possibile. Qualcosa è cambiato.

Il potere contrattuale del Pakistan è cresciuto. Oggi il Pakistan è una grande potenza in lenta ma costante ascesa economica, ha la bomba atomica e soprattutto ha intessuto importantissimi e fruttuosi rapporti con la Cina. Ci sono progetti in costruzione che l’impero celeste sta finanziando, come il porto sul Mar Arabico e la linea ferroviaria nel Kashmir.

La Cina si serve di fatto del nuovo rapporto con il Pakistan e, paradossalmente, lo fa anche per non sbilanciare eccessivamente gli equilibri della questione ‘India’, acerrima rivale del Pakistan. Cina e Pakistan fanno gioco di squadra per limitare la crescita dell’India. L’india è sempre più isolata: piace poco agli agguerriti vicini, del resto è l’unico regime veramente democratico della zona. In questo teatro locale e globale completamente cambiato, in cui le relazioni internazionali disegnano un mondo non più unipolare, il rapporto Washington-Islamabad è per quest’ultima meno importante. Gli Usa si sono da tempo pentiti di aver permesso al Pakistan di dotarsi dell’arma atomica: gli hanno dato un peso internazionale e militare difficilmente controllabile che ora rischia di sfuggire anche dalle loro mani. Gli accordi sulla non proliferazione, voluti dagli Usa, sono stati firmati anche dal Pakistan.  La Cina sta finanziando e ha iniziato la costruzione di due reattori nucleari proprio in Pakistan, senza preoccuparsi degli accordi internazionali sulla non proliferazione voluti da Washington.

Il ruolo degli Usa nell’area centro asiatica è cruciale, l’area è il centro del nuovo nemico degli Usa. Essi devono controllarla non solo per interesse economico e geostrategico, ma soprattutto perché quello è uno dei centri da cui si propaga in tutto il mondo il pericolo letale del fondamentalismo islamico. E’ proprio questo il nemico ideologico, politico e militare che la politica Usa cerca di abbattere ad ogni costo, così come fu per il comunismo. Tutti i Presidenti hanno la stessa impostazione politica, per quanto riguarda queste grandi scelte; Democratici o Repubblicani non importa: il nemico comune per gli Usa è nemico di tutta la classe politica Usa, senza eccezioni. Da qui si capisce l’impegno di Barack Obama contro il fondamentalismo e la crociata anti jihadista iniziata da George W. Bush. La sfida politica degli Usa è tale dai tempi della fondazione stessa del Paese, non è fenomeno recente. Essi rappresentano loro stessi, nella storia dell’umanità, come portatori di valori universali da diffondere all’intera umanità. La libertà, americanamente intesa, è valore fondante della Nazione, ma anche uno degli ideali su cui tutta la politica estera americana si fonda. La diplomazia americana si sta muovendo per addolcire il regime pakistano, che ha deciso di mostrare i muscoli. Perlopiù il presidente del Comitato per le Relazioni Estere del Senato Usa, il democratico John Kerry, non ha  cercato di minimizzare il problema che esiste tra Pakistan e Usa, sostenendo che Washington vuole che il Pakistan sia un alleato «reale» nella lotta al terrorismo: “Noi pensiamo che ci siano cose che possono essere fatte meglio. Ma sia chiaro, non stiamo affatto cercando di rompere una relazione, piuttosto di trovare il modo per costruirla in modo più solido.”

Gli Usa hanno capito bene di cosa si tratta. L’ISI pakistana non è mai stata interessata a sconfiggere i taliban: l’obiettivo principale per il Pakistan è combattere la democratica India. Nel Pakistan tradizionale non esiste Islam moderato e all’élite militare sta bene così. Ufficialmente l’élite pakistana mostra di essere impegnata anch’essa contro il terrore, ma solo per non essere additati come “Stato canaglia” e poter continuare a crescere d’importanza nello scacchiere mondiale. D’altronde, nelle relazioni internazionali, gli Stati non valgono tutti allo stesso modo. L’Afghanistan è stato scelto come palcoscenico principale per la lotta al terrore, anche perché è un paese economicamente ed ancor più politicamente debole. Una guerra contro il terrore che avesse come palcoscenico il Pakistan non sarebbe stata neppure auspicabile. Gli Usa avevano schivato il problema facendo intervenire sul suolo Pakistano i loro efficientissimi aerei teleguidati: i droni (leggi l’articolo).

Ora quest’utilissimo strumento della guerra al terrore è messo in discussione. D’altronde il Pakistan non è l’Afghanistan: ha quindi molto più valore sullo scenario internazionale. E anche se i quadri di al-Quaeda sono da sempre nel Pakistan, come più fonti indicano, e non nel povero e medioevale Afghanistan, poco importa: la guerra al Pakistan non si può fare, in compenso la si è fatta contro il vicino povero. Il Pakistan ha un esercito di tutto rispetto, 180 milioni di abitanti e l’arma atomica; in Afghanistan ci sono solo montagne, deserto, barbe lunghe e tristezza.

Kay Garnger, la portavoce della sottocommissione per gli stanziamenti del Congresso (organo preposto all’assegnazione dei fondi per le operazioni all’estero), ha richiesto la sospensione degli aiuti americani al Pakistan, affermando che Islamabad non sarebbe in grado di distribuirli in modo trasparente. Se questa minaccia fosse messa in pratica, i pakistani perderebbero un milione e mezzo di dollari l’anno e s’interromperebbe il flusso di denaro che dal 2002 ad oggi ha portato 20 miliardi di dollari nelle casse di Islamabad. Molti a Washington stanno pensando che tutti quei soldi sono stati gettati al vento, lo stesso governo comincia a dubitare sempre di più sull’affidabilità dell’ISI. Tuttavia, è quasi sicuro che le minacce della Garnger non si trasformeranno in azioni. Il doppiogiochismo di Islamabad non rappresenta di per sé una sorpresa. Gli americani questo lo sanno: dei pakistani non ci si può fidare ciecamente, per quanto utili. Non a caso, recentemente la CIA ha provveduto a creare nel paese un suo network di spionaggio indipendente e senza contatti con gli 007 locali dell’ISI.


L'articolo è stato pubblicato dalla rivista di politica internazionale Thepostinternazionale e può essere letto anche a questo link: http://www.thepostinternazionale.it/2011/05/islamabad-e-washington-high-risk-duplicity-2/

Nuova strategia militare Usa dietro ai droni?
post pubblicato in Notizie, il 26 settembre 2010

Questo è un articolo che ho scritto la scorsa settimana per The post internazionale e pubblicato qui: http://www.thepostinternazionale.it/?p=320



Irecenti attacchi di Droni Usa in Pakistan. In meno di 24 ore tra il15 settembre e il 16 settembre l'esercito americano ha colpito ciòche spesso sono definiti dalle alte sfere un obiettivo sensibile.Trattasi di un campo di addestramento di miliziani di Al Qaeda inPakistan. Il velivolo senza pilota ha lanciato razzi sulla localitàdi Angora Adda nel distretto del Waziristan meridionale, colpendo unedificio considerato rifugio di militanti del movimento clandestinoTehreek-e-Taliban (Ttp).
I soccorritori hanno estratto dallemacerie i corpi di almeno 16 persone e trasferito in ospedale iferiti, molti in gravi condizioni. Nel frattempo, è stata confermatala notizia secondo cui nella notte del 16 settembre, nella zona diDarba Khil, un altro attacco Usa con droni avrebbe causato la mortedi altre cinque persone. Secondo gli esperti, gli attacchi degliultimi giorni sarebbero orientati alla cattura di Jalaludin Haqqani,considerato uno dei più leali alleati di Al Qaeda e dei talebani.

Gli Usa hanno da pocoiniziato il disimpegno militare dall'Iraq, che sono le presidenzeneoconservatrici di George W. Bush avevano attaccato e occupato.Obama si era impegnato a disimpegnarsi da quella guerra in campagnaelettorale, divenuta molto impopolare negli Usa, sopratutto per ilnumero di marine uccisi.

Questi due fatti soloapparentemente scollegati sono invece indizio di una nuova strategiagenerale per l'esercito americano. Una nuova strategia o meglio unavisione degli scenari internazionali determinata sicuramente dalnuovo corso della politica americana, che a due anni dall'elezionedel nuovo presidente Obama, muove solo oggi i suoi timidi passi.L'amministrazione Obama non ha affatto abbandonato l'obiettivo della“guerra al terrore”, cioè ad Al Qaeda e all'estremismo islamico,inaugurata da Bush. E questo Obama lo ha detto più volte sia in sedeNato che in patria. La nuova amministrazione però vede il mondo daun punto di vista diverso. Non fu il laico Saddam Hussein aproteggere gli estremisti islamici, come ora sappiamo dai rapporti diWikileaks e dalle parole dell'ex capo dei servizi segreti Cia. Maquella scusa era stata usata dall'amministrazione Bush per promuovereun attacco in grande stile all'Iraq. Osama non è mai stato in Iraq.Obama ritiene che il terrorismo islamico non abbia le proprie basi inIraq, e nemmeno nel temutissimo Iran. Il terrorismo islamico nasce esi sviluppa e si addestra principalmente in Pakistan e inAfghanistan. La guerra dell'Afghanistan non sta dando i fruttisperati: a nove anni dal suo inizio (2001), non se ne vede la fine.Le truppe Nato e la coalizione che le sostiene non hanno, perògettato la spugna. Ma per completezza di cronaca bisogna dire che letruppe occidentali controllano solo un terzo del paese. Nellecancellerie europee e negli ambienti americani lasciare l'Afghanistana se stesso significherebbe consegnarlo direttamente ai taliban. Ma italiban, o meglio i loro capi, non sono più nascosti nelleimpenetrabili montagne dell'Afghanistan. I servizi americani indicanoda molti anni l'amico Pakistan come l'ospite dei capi taliban. Obama,a differenza di Bush, non si è intestardito in una politica militareideologica, ma ha più saggiamente seguito le indicazioni deiservizi. Sennò i servizi segreti che servono? - avrà pensato Obamae il suo segretario Clinton. E' dal Pakistan, o meglio, dalla zonatribale del Pakistan a ridosso del confine con l'Afghanistan, inquella terra che le autorità di Karachi non controllano, che italiban prendono le risorse per continuare la battaglia nei confrontidell'Occidente. In Pakistan ci sono i campi di addestramento, ma èda quelle montagne che arrivano le armi e i viveri per taliban inAfghanistan. S'è riproposto a migliaia di chilometri di distanza equarant'anni dopo ciò che fu per l'esercito americano la vera causadell'impossibilità di vincere la guerra del Vietnam. Infatti anche ivietcong avevano molti rifornimenti dalle vie di retroguardia. DalLaos e dalla Cambogia in specifico. Bene, ora sostituite Vietnam conAfghanistan e Laos e Cambogia con Pakistan e capirete l'importanzaper l'esercito americano di colpire i rifornimenti taliban. Adifferenza di quarant'anni fa, però, oggi l'esercito Usa ha mezzipiù efficaci e che sono anche ben visti dalla popolazione perchéevitano perdite americane. Questi mezzi sono i droni, aereitelecomandati senza pilota, che possono bombardare a grande distanzamagazzini, campi, villaggi e molti altri target. L'interessedell'amministrazione Obama, ma lo sarebbe di tutte le amministrazionidi qualunque colore politico, è quello di ridurre le perdite dimilitari, così impopolari, e riportare grandi successi. Detto fatto.Ma gli attacchi dei droni non potranno a lungo risolvere il problemadi una guerra che non vuole finire (quella dell'Afghanistan) per viadei rifornimenti a cui possono attingere i nemici della libertà.Certo, gli Usa non possono estendere il conflitto al Pakistan. Primoperché il Pakistan è una oligarchia militare alleata agli Usa.Secondo perché un espansione del conflitto destabilizzerebbeeccessivamente l'area. Con un Iran che potrebbe trarne enormegiovamento strategico. Inoltre per non creare grandi incidentidiplomatici gli Usa non possono permettersi di sconfinare con letruppe in Pakistan: che figura ci farebbe l'ex Presidente Musharraf,così voluto dagli Usa stessi? Un attacco al Pakistan per spezzaredefinitivamente i rifornimenti taliban, significherebbe per gli Usaammettere che Musharraf non ha fatto nulla per controllare le areetribali del suo paese facendole infiltrare da soggetti pericolosi,nemici degli Usa. Ciò porterebbe fortissimo discreditointernazionale. Inoltre il nuovo corso della politica Pakistana èrappresentato dal 6 settembre 2008, da Asif Ali Zardari, già maritodi Benazir Bhutto, nuovo Presidente. Il nuovo Presidente Pakistano èl'opposto del suo predecessore. Musharraf era in tutto e per tuttoesponente dell'oligarchia militare che di fatto controlla il paese.Zardari invece, è un vero politico, e pare essere un sincerodemocratico. Quindi l'espansione del conflitto Afghano non una lastrada percorribile per gli Usa. Certo, i risultati non dovrannofarsi tardare anche in Afghanistan, vista la popolarità semprecalante del Presidentissimo Obama. Per giustificare due guerre chehanno mietuto migliaia di morti agli occhi dei liberal, Obama avrebbebisogno di un arresto di un alto membro dei taliban. E poi con lacrisi economica che ancora morde l'America, non si possono fare spesefolli in altre guerre in terre lontane. Almeno questo suggerisce ilbuon senso. Il debito pubblico americano è infatti aumentato in unsolo anno (2009) di quasi il 20%. E l'occupazione negli Usa ancoranon migliora, proprio come in Europa, malgrado gli sforzi governativie le grandi elargizioni in aiuto dell'economia. Quindi per ora lapolitica militare Usa, ha le mani legate. Ma il fatto che finalmente,dopo due anni dal suo insediamento, il Presidente Obama sia riuscitoa imporre un deciso sterzo anche nelle strategie internazionali dicontrasto al terrorismo islamico, alla lunga gli darà ragione. Ilproblema della libertà nel mondo non è mai stato Saddam Hussein el'insignificante Iraq. L'estremismo islamico avrà pure basi traPakistan e Afghanistan, ma è presente in tutto il mondo. E la guerraal terrorismo di matrice neocon non ha fatto altro che rinfocolare isentimenti anti americani nel mondo e aggravare il bilancio pubblicodi milioni di dollari di spese militari. Senza parlare dei bagni disangue che gli Usa si sono lasciati alle spalle sia in Iraq che inAfghanistan. Così impopolari nel mondo libero, figuriamoci nel mondomussulmano. L'unica strada per ora percorribile dall'amministrazionedemocratica è quella di mantenere le posizioni in Afghanistan, eriposizionare le truppe stanziate nell'oramai inutile guerradell'Iraq, in Afghanistan, pronte a intervenire anche in Pakistan,qualora la situazione politica ed economica americana e mondialedovesse mutare. Certo, gli Usa sanno bene che i finanziamenti aitaliban, ma più in generale all'estremismo islamico non vengono nedal Pakistan ne dall'Iran. Bin Laden non è la causa di tutto. Ifinanziamenti vengono dai petrodollari dell'Arabia Saudita. Ma si sa,l'Arabia Saudita è il serbatoio petrolifero e finanziariodell'Occidente, quindi è inattaccabile. E questa è un altra storia.

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