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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Pareggio di bilancio scelta deleteria
post pubblicato in Ex Libris, il 12 marzo 2012

L'Ue ha deciso di introdurre nelle Costituzioni degli stati membri il fiscal compact, cioè l'obbligo di pareggio di bilancio. Solo Gran Bretagna e Repubblica Ceca hanno detto di no. L'Italia aveva già intrapreso questa scelta di politica economica, infatti l'iter di riforma costituzionale era iniziato lo scorso 30 novembre 2011 e al Senato della Repubblica lo scorso 15 dicembre 2011. Le riforme costituzionali prevedono un iter legislativo rafforzato, con due deliberazioni successive di entrambi i rami del Parlamento, prima Camera e poi Senato a distanza di tre mesi l'una dall'altra e a maggioranza qualificata. La Camera il 5 marzo ha approvato il pareggio di bilancio con maggioranza bulgara: 489 favorevoli, 3 contrari e 19 astenuti. Ora il testo deve ancora tornare al Senato per l'ultimo voto e poi la Costituzione repubblicana sarò modificata.

Ma cos'è ilpareggio di bilancio? Si stabilisce che le entrate fiscali, cioè la quantità di gettito incassato con le imposte dallo Stato e dagli enti locali, debba essere pari alle uscite, cioè alle spese per tutti gli aspetti del bilancio pubblico ma al netto degli interessi sul debito. Questo significa che i paesi che già spendono quote rilevanti dei propri bilanci per pagare gli interessi sul proprio debito pubblico invece che usare quei soldi per i servizi, come l'Italia, vedranno ulteriormente ristretta la propria autonomia fiscale e di decisione di spesa. La nuova formulazione della Costituzione prevede però la possibilità di fare debito, fino a un tetto del 3% di deficit, ma solo per finanziare “investimenti”. Dagli anni 90 ad oggi la maggior parte del deficit accumulato è stato fatto a causa delle enormi spese sostenute per spesso inutili e incomplete grandi opere pubbliche. Queste, come l'inutile e costosissima Tav, ricadrebbero tra le voci di investimento. Anche le spese militari non verrebbero perciò frenate, perché potrebbero essere camuffate da investimenti. Perciò il pareggio di bilancio, lungi dal dare maggiore disciplina fiscale e frenare la dilapidazione di risorse pubbliche che finiscono in mano alle cricche e alle mafie, si rivolge esclusivamente al bilancio corrente, fatto di spesevivee indirizzate ai servizi pubblici essenziali come istruzione e sanità, università.

Addio autonomia fiscale locale. La modifica dell'articolo 117 Cost., decide l'«armonizzazione dei bilanci pubblici» e che la competenza legislativa diventa di esclusiva statale e non più come ora, dopo la riforma del Titolo V, una competenza legislativa concorrente tra Stato e regioni. Gli enti locali quindi perdono autonomia di bilancio e la loro autonomia viene condizionata alrispetto dell'equilibrio dei relativi bilanci; poi si decide che le autonomie territoriali concorranoad assicurare l'osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'ordinamento dell'Unione europea. Con la fine dell'autonomia fiscale locale si pone fine sul nascere al federalismo fiscale, con requiem alle velleità leghiste. Infatti la spesa e le imposte potranno essere decise a livello locale ma entro una disciplina di pareggio relativo alle stesse autonomie locali, regioni e province.

Premi nobel contro. 5 premi Nobel per l'economia (Kenneth Arrow, 1972; Peter Diamond, 2010; William Sharpe, 1990; Eric Maskin, 2007; Robert Solow, 1987) hanno lanciato un appello indirizzato al Presidente Usa Obama contro il pareggio di bilancio, indirettamente l'appello è riferito anche all'Ue. Per i nobel «inserire nella Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio rappresenterebbe una scelta politica estremamente improvvida. Aggiungere ulteriori restrizioni, quale un tetto rigido della spesa pubblica, non farebbe che peggiorare le cose, avrebbe effetti perversi in caso di recessione» amplificando gli effetti nefasti. Le nuove disposizioni costituzionali si applicano dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014, proprio quando la nostra economia uscirà definitivamente dalla crisi iniziata nel 2009, perciò questa decisione avrà con tutta probabilità l'effetto di deprimere ancora la ripresa futura.

Una scelta politica neoliberista. La Costituzione italiana e i costituzionalisti avevano deciso di non imporre una decisa direzione economica al paese lasciando ai governi la scelta della politica fiscale ed economica da attuare. La Costituzione perciò non aveva scelto una politica fiscale al fine di lasciare libertà d'azione politica: dirigismo di stampo socialista, comunista e socialdemocratico o liberalismo. Ora, imponendo il pareggio di bilancio in Costituzione si fa una precisa scelta ideologica di stampo neoliberista, cancellando di fatto la possibilità per i prossimi governi di attuare una diversa scelta di politica economica con buona pace per la rappresentanza politica democratica.


Strada sbagliata e a senso unico. Le politiche economiche europee calate dall'alto tramite il braccio operativo dei governi nazionali hanno già dimostrato in molte occasioni la loro manifesta inadeguatezza. La disciplina di pareggio di bilancio imposta anzi, autoimposte dai singoli stati membri su loro stessi è sbagliata perché non si può pensare di imporre a realtà totalmente diverse tra loro un unica politica economica e fiscale valida per tutti. E non sto parlando di differenze di lingua e di cibo e costume, ma di dimensione economica, di capacitò produttiva, di produttività, di capacità di investimenti in R&D del settore privato: i membri dell'Ue sono tutti molto diversi, hanno economie molto eterogee, imporre a tutti la stessa minestra farà male ai più deboli, ma non avvantaggerà i più forti, causando un danno generale. Siamo distanti anni luce da un sano federalismo europeo, anche perché l'Ue non ha propria capacità di spesa o proprio bilancio - nel senso che il bilancio europeo è ottenuto tramite tasse nazionali. La scelta neoliberista è inoltre deleteria anche da un punto di vista prettamente democratico: imporre un unica visione del mondo, significa precludere certe politiche e quindi l'affermazione di alcune forze politiche su altre, danneggiando la democrazia stessa degli stati membri
So dove trovare i soldi!
post pubblicato in diario, il 16 novembre 2011

Mario Monti già commissario italiano in Ue e emerito professore della Bocconi, è stato designato dal Presidente Giorgio Napolitano per rassicurare i mercati e per formare un nuovo esecutivo che faccia le “riforme”. Monti è anche un consigliere di Goldman Sacks – al pari di Draghi ora a capo della Bce – , Goldman Sacks è la stessa banca d’affari americana che ha lucrato con derivati, credit swap (cioè scommesse sul fallimento) sul debito italiano, facendo aumentare a dismisura il rischio di default e perciò stringendo in una morsa i bilanci pubblici gravati da sempre maggiori interessi sul debito da pagare. La settimana scorsa l’asta dei btp pubblici italiani è andata a ruba, sono stati piazzati sul mercato titoli a medio termine (5-10 anni) per 500 miliardi di €. Con un interesse pari al 6% annuo. Un suicidio se si pensa che gli interessi sul debito hanno già raggiunto la cifra considerevole dei 70 miliardi di euro nel 2010*.

Il bello è che quest’enorme montagna di denaro sono nuovi debiti, ogni nuovo titolo pubblico emesso è un credito per chi lo compra e un debito per lo Stato. E i nuovi debiti adranno semplicemente a coprire i vecchi debiti le cui cedole di pagamento stanno scadendo. La spirale inflazionistico – speculativa non sembra fermarsi. Ora bisogna tagliare, secondo le istituzioni tutte bisogna ridurre la spesa pubblica. Ci vogliono tagli al bilancio pubblico per trovare nuove risorse, - affermano quotati tecnici, probabilmente riferendosi al deficit di bilancio che quest'anno sarà al 3%. Non argomentano però, che tagliando ancora la spesa pubblica, magari gli stipendi dei pubblici dipendenti e pensioni, si attua una manovra fortemente depressiva che andrà ad uccidere la seppur esile ripresa che potrebbe esserci. Causerà nuova disoccupazione e nuova povertà, che inevitabilmente finiranno per gravare sulle casse pubbliche causando nuovo debito. Oltre a disperazione.

Noi, nel nostro piccolo, da questo piccolo blog che in pochi leggono vorremo suggerire ai prossimi governanti e all’advisor di Golman Sacks Mario Monti che i soldi si possono prendere altrove:

in Italia il 5% della popolazione* detiene il 55%* della ricchezza nazionale con un patrimonio valutabile sui 5000 miliardi di €*. Basterebbe una tassa dell’1%* per ottenere 50 miliardi l’anno. L’evasione fiscale (300-400milioni)* se ridotta del 20%, darebbe 70miliardi. La corruzione nella P.A. divora circa 200 miliardi di € annui*. Se ridotta del 20%, farebbe risparmiare 40 miliardi. Riducendo le pensioni d’oro, cancellando le missioni di guerra e tagliando le spese militari, si otterrebbero altre decine di miliardi. Per non parlare dei milioni spesi ogni anno per finanziare la NATO e il Vaticano.

La soluzione non può essere nello slogan ideologico “Noi il debito non lo paghiamo”, primo perché irrealizzabile in questo mondo, e poi perché, più importante, le spese sopra citate vanno a foraggiare clientele politiche e posti di potere per politici trombati a 15-30 mila euro il mese! E poi perché io dovrei continuare a pagare al generale di turno pensioni che oscillano intorno ai 5000 euro al mese? Non pagare il debito significa anche rinunciare alla grande occasione da non sprecate per azzerare tutte le camarille politiche e bacini elettorali pagati con i soldi dei contribuenti.

Allora cari economisti e politici, Ue e Bce, siete ancora convinti che per fare cassa si debba proprio ridurre sul lastrico la povera gente?

(*fonte Ragioneria dello Stato e stime di Cobas Piemonte)

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