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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Avidità vero problema nazionale
post pubblicato in Notizie, il 28 agosto 2016
Quasi 200 estratti vivi dalle macerie. In quanto a soccorsi non siamo secondi a nessuno. Nella solidarietà diamo il nostro meglio, è' quando c'entrano i soldi (costruzione- ricostruzione) che gli italiani danno il peggio di loro stessi. E' l'avidità il vero problema nazionale.

Forse sarebbe il caso di smetterla di incentivare e spronare la solidarietà e invece interrogarci sull'avidità, che ci fa fare cose orribili come case costruite male, corruzione dilagante, ingiustizie sociali diffuse, debito pubblico, opere pubbliche non finite, mafie, tangenti eccetera...
Se ci pensate bene tutte derivano dall'avidità. Dalla volontà, molto diffusa nella mentalità delle persone del nostro paese di vedere i soldi come un fine e non come un mezzo.
In breve, è l'avidità che ci fa vivere male. La solidarietà non ci salverà dall'avidità. Siamo tanto più solidali quanto prima siamo stati avidi e ciechi - poco lungimiranti - come dimostrano i terremotati, padroni di case fatiscenti e in sasso, prima, per non spendere soldi in ristrutturazioni seri e dopo disperati terremotati. So che è una semplificazione, ma non era forse il caso di spendere un po di quei soldi prima del terremoto, per mettere in sicurezza la propria casa? Una domanda forse troppo provocatoria dinnanzi alla catastrofe. Ma non si può vivere sperando che le catastrofi siano sempre qualcosa che capita solo agli altri.

La Chiesa Cattolica mise San Francesco e Santa Caterina come Patroni d'Italia. Entrambi furono dei pazzi che si spogliarono volontariamente di tutti i loro beni mortali e rinunciarono alle ricchezze materiali. Che la tanta vituperata Chiesa Cattolica volesse lanciarci un messaggio?

Forse che abbiamo introiettato solo il messaggio della solidarietà cristiana e non già il messaggio di critica al consumismo intrinseco al cattolicesimo?
Endometriosi, un congresso spiega cos'è
post pubblicato in Notizie, il 12 marzo 2010

Questo che segue è un mio articolo, leggermente modificato per problemi di diritti, che uscirà a breve sulla Gazzetta di Reggio Emilia e su Redattore sociale.

E' un articolo che riguarda sopratutto le fanciulle. L’incidenza della malattia è enorme: ne sono affette 14 milioni di donne in Europa. L’età a cui si manifestano i sintomi è molto scesa ed ora inferiore ai 20 anni. La stragrande maggioranza delle donne che ne sono affette sono totalmente inconsapevoli. Per saperne di più consultate il sito: Informarsi non è mai una perdita di tempo. Buona lettura.

 

http://www.apeonlus.info/cms/

articolo:

3 milioni di donne in Italia ne soffrono, ma la stragrande maggioranza non sa che il proprio dolore pelvico cronico può essere il sintomo di una malattia che può avere complicanze anche invalidanti. L’endometriosi è una malattia cronica le cui cause sono ancora sconosciute e alla quale non c’è cura e affligge circa il 20% delle donne in età fertile in Italia. Se ne parla in un congresso a Reggio Emilia domani, 13 marzo, organizzato da A.P.E  - associazione progetto endometriosi. “Abbiamo riunito i principali specialisti sulla malattia in Italia in modo da fornire in questo modo la migliore informazione possibile ai partecipanti al convegno. Faremo il punto sui centri specialistici che in Italia si occupano di endometriosi, visto che non seguono un’unica linea d’azione – spiega Marisa Di Minzio, presidente di A.P.E  - rispetto a 20 anni fa c’è maggiore informazione ma non c’è ancora consapevolezza: la malattia spesso è poco conosciuta dagli stessi ginecologi e chirurghi. I medici di famiglia la scambiano con altre malattie. L’unico modo di prevenire le possibili svariate complicanze è intervenire in tempo – spiega Di Minzio - cosa che non accade, infatti l’ endometriosi viene diagnosticata in media dopo 6- 7 anni dalla comparsa dei sintomi. In Italia la situazione non è rosea: non è riconosciuta come malattia sociale e quindi non c’è esenzione dal ticket ma gli esami di cui necessitano le donne affette sono molti. La laparotoscopia che è l’esame principale per fare una diagnosi, ma anche l’intervento principale tramite cui si curano le complicanze, può costare fino a 12 mila euro nelle strutture private.  Abbiamo contatti solo con operatori e centri pubblici, perché riteniamo che non si debba pagare per la salute - aggiunge la Di Minzio - in regione, all’ospedale San Orsola di Bologna, il dottor Renato Seracchioli ha aperto uno spazio per l’endometriosi. Non c’è neanche l’esenzione dal pagamento dei farmaci: solo la pillola ad oggi riesce a tenere sotto controllo il dolore. Siamo un’associazione libera, non siamo collegati a nessuna casa farmaceutica o centro di cura - rimarca la Di Minzio - viviamo solo con le donazioni e il volontariato dei soci, infatti anche il convegno è stato finanziato interamente dal 5 per 1000 del 2007. La nostra associazione nasce nel 2005 a Reggio Emilia da un gruppo di donne, tra cui io, accomunate da altre esperienze di volontariato e dalla malattia con lo scopo di fare informazione e per sostenere con i gruppi di auto mutuo aiuto le altre donne. Abbiamo 600 iscritti e a dicembre 2009 avevamo contattato tramite email 2000 persone, e 1500 tramite il nostro sito. C’è anche un gruppo facebook”.



Da wikipedia:

L'endometriosi è una malattia cronica e complessa, originata dalla presenza anomala del tessuto che riveste la parete interna dell’utero, endometrio, in altri organi quali ovaie, tube, peritoneo, vagina, intestino, provocando sanguinamenti interni, infiammazioni croniche e tessuto cicatriziale, aderenze ed infertilità.


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permalink | inviato da Pa.P il 12/3/2010 alle 11:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
La campagna "Vuoi il mio posto, prendi il mio handicap!" diventa convegno
post pubblicato in diario, il 9 marzo 2010

Dopo i gruppi su Facebook e l’installazione dei primi cartelli a difesa dei parcheggi per disabili, l’iniziativa si trasforma in un dibattito pubblico sulla mobilità. Appuntamento sabato 13 marzo a Bologna



BOLOGNA – Obiettivo raggiunto a Bologna per la campagna “Se vuoi il mio posto prendi il mio handicap”. I cartelli integrativi, che con questo slogan dovrebbero difendere i parcheggi riservati a disabili, erano stati chiesti a gran voce su Facebook e poi promessi dall’ormai ex assessore alla Mobilità Simonetta Saliera nei parcheggi comunali Tanari, Prati di Caprara, Ex Panigal ed Ex Buton. “Oggi i cartelli ci sono – spiega Giuseppe Marchetti, presidente dell’associazione Officina di sostegno – ma i problemi che impediscono ai disabili una mobilità agevole in città sono ancora tanti e vari”. Se ne parlerà sabato 13 marzo al convegno “Vuoi il mio posto? Prendi il mio handicap!”, che prende a prestito il nome dalla campagna per allargare il campo alla mobilità in generale.

Promosso dall’associazione bolognese Officina di sostegno, nata nel 2008 per aiutare i disabili e le loro famiglie (oggi ha 140 soci), insieme ad Aispa (Associazione italiana spondiloartriti) e Circolo Libero Zanardi, il convegno/dibattito è in programma sabato alle 16 al circolo Mazzini di via Emilia Levante 6. Si partirà da un video sulle difficoltà per i disabili nella mobilità cittadina, soprattutto sul trasporto pubblico. Secondo la Carta della mobilità 2009 di Atc, il 40% dei mezzi è dotato di pedana estraibile, mentre oltre la metà dei bus è provvista di pianale ribassato. “Il video documenta il nostro tentativo di aiutare una persona in carrozzina a prendere un autobus – spiega Giuseppe Marchetti –: su 12 autisti, solo uno è riuscito a fornirci assistenza adeguata. Gli altri hanno ammesso di non essere capaci di utilizzare la pedana, quando non era rotta o del tutto assente”. Notevoli secondo Marchetti anche i problemi per i non vedenti. “Solo pochi semafori sono dotati di segnalazione acustica e segnalazione tattile a terra – spiega –. Ci vorrebbero dei sensori a infrarossi che permettano di percorrere tutta l’ampiezza della carreggiata con l’ausilio di segnalazioni”.

Anche per chi si muove in auto i problemi non mancano. “C’è anche l’annosa questione dei contrassegni – continua Marchetti –: dei 10 mila rilasciati a Bologna, solo 436 sono utilizzati da disabili con patente, gli altri appartengono a disabili accompagnati e spesso scatta la truffa: c’è chi utilizza il contrassegno ma non trasporta nessun disabile. Sentiamo quindi la necessità di distinguere e categorizzare i contrassegni”. La soluzione, spiega Elio Antonucci, creatore di uno dei gruppi Facebook per la campagna “Vuoi il mio posto?”, “sarebbe il contrassegno Ue, che non è anonimo ma in Italia non è ancora utilizzabile per via della legge sulla privacy”. Il convegno di sabato, a cui partecipa fra gli altri Paola Zanca, vicepresidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna, sarà un’occasione per chiedere ancora una volta l’attenzione delle istituzioni.
(pp)--->che sono io :)

http://www.redattoresociale.it

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permalink | inviato da Pa.P il 9/3/2010 alle 21:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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