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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Ha vinto Obama, non l'Italia
post pubblicato in Notizie, il 7 novembre 2012
Obama ha vinto, è stato riconfermato. Con Obama hanno vinto gli Usa, o meglio, ha vinto ancora una volta l'immagine vincente e beneaugurante che gli Usa volevano trasmettere al mondo. Obama ha vinto, non noi. Noi siamo italiani. La narrazione politica americana ci ha totalmente coinvolti - la sinistra più che la destra - fintanto che ieri notte piccoli e grandi mass media hanno seguito lo spoglio con trepidante attesa e con la bandierina a stelle e strisce in mano. Si è seguito lo spoglio, con la stessa intensità e trasporto emotivo dello spoglio per le elezioni italiane. Forse anche di più. In questo senso hanno stra-vinto gli USa e la loro politica: siamo alleati, non americani, a mente fredda vi chiedo: non vi fa strano che tifiamo per Obama, come se dovessimo guadagnarci o rimetterci in prima persona? In realtà, noi italiani non ci guadagniamo ne ci perdiamo; ma una cosa alla volta. L'Italia per gli USa continua ad essere quella comoda pista d'atterraggio nel Mediterraneo tanto comoda, quanto facile da orientare politicamente - vale per qualsiasi governo di qualsiasi colore - e popolata da gentaglia inaffidabile, spaghetti pizza e mandolino fintantoche, per gli americani più ignoranti e rozzi, scelgono come sinonimo di italiano, mafia. Questo è quello che l'America profonda pensa di noi, ma si vede bene dall'esternarlo: agli Usa serve l'Italia, come serve lealtà incondizionata di tanti altri paesi. Solo qualche parola cattiva è scappata allo sfidante Repubblicano Romney, a poche ore dall'inizio delle votazioni: "Non votate Obama o finiremo come l'Italia!" Cioè in stagflazione e con tasse alle stelle. Questo era il messaggio che Romney voleva dare alla sua base, ed è arrivato forte e chiaro. Questa però è un elezione caratterizzata quasi esclusivamente dalle decisioni e dalle politiche sul fronte interno. Gli americani in realtà, pensano a loro stessi e a quanto sono importanti e a come mantenere la leadership politica mondiale. L'Italia è quella striscia di terreno dove si sono consumate alcune delle peggiori azioni americane in tempi di Guerra Fredda. Sono state rivolete principalmente contro italiani, quegli italiani che politicamente distranti dagli USa, avrebbero forse rischiato di portare l'Italia lontana dalla coalizione atlantica. Ma senza rivangare vicende così lontane pensiamo alle centinaia di morti italiani recenti causati dall'esercito americano e da quanti italiani stiano rischiando o abbiano rischiato la vita a causa del governo degli USa: la vicenda Chico Forti, Giuliana Sgrana e l'omicidio del nostro agente Calipari da parte di un soldato USa; l'ultima strage USa in territorio italiano, avvenuta a Cavalese, in Trentino, il 3 febbraio 1998, la strage del Cermis. Dove persero la vita 20 italiani grazie alle manovre spericolate dei caccia militari americani guidati dal capitano Richard Ashby e dal navigatore Joseph Schweitzer.
La risposta dell'amica america è stata promuoverli entrambi. Questa è solo una delle tante facce degli Stati Uniti d'America, magari quella che non ci ricordiamo mai, perché preferiamo la faccia che gli americani hanno fabbricato per noi, la faccia del sogno americano. E trattasi di sogno, non di realtà, ma si sa, agli italiani, popolo di santi navigatori e poeti, piace molto sognare ad occhi aperti. Go, Obama go! MA noi siamo talmente intrisi di cultura americana che ora preferiamo festeggiare il loro Halloween al nostro Carnevale, sugli astucci dei nostri Mac ci piace di più la bandiera a stelle e strisce piuttosto che il Tricolore, amiamo le sit com USa e i film di Hollywood. "Tu vu fa l'Americano - cantava Carosone - ma sei nato in Italy". Ci piace fare gli americani, ma restiamo comunque profondamente italiani, incapaci di vedere che gli americani sono assai diversi dall'immagine confezionata che ci fornisce Hollywood e il primo presidente nero; proprio quanto, noi italiani, siamo profondamente diversi dall'immagine stereotipata e negativa che gli americani hanno di noi, non siamo tutti mafiosi, non tutti magiamo la pizza e gli spaghetti, e c'è chi come me, non sa nemmeno come è fatto un mandolino e non va a piangere da mamma.

Su un punto do ragione a quanti si rallegrano della vittoria di Obama. Meglio Obama di Romney, in tutti i sensi. Tuttavia questa è l'ottica del meno peggio, l'ottica del voto utile. Sappiamo, o meglio, dovremmo sapere a cosa ci ha portato questa ottica qui in Italia: a un parlamento di nominati, privo della bencheminima onestà e capacità. Tuttavia le bombe di Obama non fanno meno male di quelle che avrebbe tirato Romney. C'è chi si augurava una vittoria di Obama, per evitare al mondo altre guerre. Ecco, siamo sempre lì, sempre con la stessa ottica provinciale di chi sa che è inferiore e prega perché il più forte non lo distrugga. Anticamente erano gli altri popoli ad avere questo atteggiamento nei confronti dei Romani. I Romani, tuttavia hanno iniziato a perdere forza quando hanno perso leggittimità. Quando, cioè, per un Franco, o per un Unno, non era più così determinante piegarsi alla cultura dominatrice romana, latinizzarsi. Stessa cosa è avvenuta con l'ipero Spagnolo e con l'impero della Gran Bretagna secoli dopo: chi era ad essi sottoposto, alzò la testa e smise di considerare "normale" non essere indipendente e non poter decidere del proprio futuro in modo pieno e libero.

L'immagine di libertà che gli USa si sono costruiti e che propagandano nel mondo, è un utile trampolino di lancio per le loro aziende e per il loro business: la capacità di penetrare i mercati altrui con le proprie merci, o meglio, ora - con i propri marchi, su tutti Coca Cola, Mac Donalds, Apple, Ford, Microsoft, Google, Colgate eccetera.
Ci sentiamo sempre più americani senza accorgercene, ma chi trae i frutti e i profitti da questo atteggiamento non solo consumistico o politico, ma mentale, sono loro, non noi. L'America è grande, forte, libera, pacifica, il paese delle opportunità per tutti. Poi scopri che l'Italia (almeno la parte a nord della penisola) è molto più multietnica degli stessi USa, scopri, studiando, che gli USa agiscono per loro scopi strategico - militari e non per preservare la pace nel mondo, e che anche per quel che riguarda la libertà, ci sono alcune ombre proprio come qui da noi.

Tuttavia è vero che l'America, o più propriamente gli USa hanno forte influenza su di noi. Ma non grazie alla vittoria di Obama, ma perché i think Tank Usa, agiscono in Italia da decine di anni e tutti i principali leader politici italiani hanno formato le loro idee politico - economiche proprio nell'Aspen Institute, nel Rochild eccetera. Le esternalità Usa sono inoltre spesso nefaste per la "vecchia Europa" e deleterie per l'Italietta. Si pensi all'ultimo disastro dei mutui subprime, causato proprio dalle politiche neoliberiste iniziate da Tacher - Reagan e continuate sotto ogni Presidente, democratico o repubblicano. Quelle politiche ci hanno portato al collasso. Hanno lasciato per strada milioni di giovani, disoccupati, o occupati ma dentro alla spirale perversa del precariato. Precariato, altra grande invenzione USa, proprio come la formula della Coca Cola. Obama al pari dello sfidante hanno ricevuto miliardi di dollari da Wall street, principale colpevole della crisi mondiale, che sta mietendo vittime. Gli USa ne stanno faticosamente uscendo dalla crisi da loro stessi prodotta grazie alle enormi quantità di denaro stampato messe in circolazione dalla Fed di Bernanche, forse uno dei più fedeli alleati di Obama nei primi 4 anni di presidenza. A noi italiani però non sono riservati accesso al credito facilitato, basse imposte, burocrazia efficiente. Non possiamo dirci americani, ma vittime della finanza americana. Perché continuiamo a sostenerli? Perché continuiamo a sventolare la bandierina a stelle e strisce?

Liberismo, consumismo e anche un pizzico di imperialismo ben camuffato hanno radicalmente cambiato l'Italia. Per me in peggio. E' un peccato che non riusciamo a copiare anche gli aspetti positivi degli americani, come il forte senso di onestà, il rispetto nei confronti dello Stato e delle Istituzioni e della bandiera, il loro forte senso di appartenenza a una nazione, che noi non abbiamo mai avuto e probabilmente non avremo mai.
"It's time to keep push forward" ??
post pubblicato in Notizie, il 6 novembre 2012
"It's time to keep push forward" ?? Io continuo a pensare che se nel 2008 gli italiani avessero dovuto sscegliere tra Obama e Berlusconi, avrebbero scelto in massa il nano. Quindi pochi sostegni idealistici al presidente americano.

L'Italia vera si è vista ieri negli sputi fascisti a Fini al funerale di Rauti. Siamo ancora profondamente fascisti nel cuore: vedasi gli atteggiamenti di coloro che dovrebbero essere "il nuovo che avanza", cioè quelli del Movimento 5 stelle e come ieri hanno trattato in consiglio comunale a Bologna, Federica Salsi, una di loro, quella che era stata aggredita da Grillo per aver partecipato a un talk e che poi s'è azzardata a criticare il capo misogino.

It's time to keep push forward? Ma fatemi il piacere!


Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato” (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921)


Se trovate qualche "somiglianza" col presente non è casuale.il conformismo vince sempre, e porta al successo i suoi figli più ossequiosi.
Il senso dello Stato evita il collasso
post pubblicato in Notizie, il 13 aprile 2011

Un ora prima del collasso è arrivato l'accordo sul bilancio e ha evitato la chiusura degli uffici pubblici negli Usa. Poco prima della mezzanotte dell'otto Aprile scorso, lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner e il leader democratico al Congresso il senatore Harry Reid, hanno annunciato l'intesa sulla legge di spesa più rigorosa degli ultimi anni. Appena ufficializzato l'accordo, il Presidente Barack Obama si è rivolto agli americani in tv dalla Casa Bianca per spiegare che le scelte compiute sono «dolorose ma necessarie»: 38,5 miliardi di tagli solo per iniziare. Infatti il bilancio della superpotenza risente di un deficit che ha fatto schizzare il debito pubblico americano dal 53% sul Pil del 2000 al 60% di quest'anno.

Il dissestato bilancio pubblico Usa è anche il primo al mondo per una componente molto negativa: il debito pubblico contratto con Paesi stranieri che nel 2010 ammontava a 13,9 miliardi di dollari, in maggior parte con la Cina e con i paesi produttori di petrolio, come l'Arabia Saudita. (http://www.thepostinternazionale.it/2011/02/la-riduzione-delle-spese-tagliera-le-gambe-alla-presidenza-obama/)

Barack Obama, in diretta tv con malcelata soddisfazione ha affermato che: «Domani il governo federale sarà aperto: i parchi nazionali, i monumenti nazionali e gli uffici federali non chiuderanno. E questo perché oggi americani di opinioni diverse hanno trovato un accordo. Alla fine è stato un dibattito sui tagli alla spesa, non su questioni sociali» - è stato il commento a caldo del Presidente. Obama è riuscito a mettere d'accordo i Repubblicani e i Democratici e a placare i mugugni interni al suo esecutivo ma non è caduto in compromessi politici che avrebbero snaturato la sua Presidenza come ad esempio tagliare i fondi per l'aborto. Infatti, fino all'ultimo, il tema che ha diviso i due partiti è stato se togliere i finanziamenti federali all'agenzia privata Planned Parenthood come chiedevano a gran voce i Repubblicani, perché tra i servizi che fornisce l'agenzia ci sono anche gli aborti. Una misura ideologica che i Repubblicani volevano ammantare di un alone di responsabilità finanziaria per puro calcolo elettorale. I voti della destra religiosa dell'America profonda fanno gola al Gop.

L'intesa prevede il prolungamento di una settimana del finanziamento delle spese federali, per dare tempo al Congresso di mettere a punto in dettaglio la finanziaria che sarà presentata al Presidente entro venerdì 15 Aprile. Per Obama l'intesa significa che «cominciamo a vivere secondo i nostri mezzi» (e non al di sopra di essi cioè facendo deficit n.dr.). La finanziaria potrà quindi essere stilata senza che il bilancio pubblico finisca nell'esercizio provvisorio, che avrebbe causato la chiusura degli uffici pubblici federali e niente stipendio di Aprile per tutti i dipendenti federali. La prima settimana di Aprile ha visto durissimi negoziati, che hanno portato infine la Camera, a maggioranza Repubblicana, dare via libera con 247 voti favorevoli e 181 contrari. Il provvedimento ponte è passato ora al vaglio del Senato a maggioranza democratica. Poi dovrà essere ratificato dal Presidente. Nel presidenzialismo americano i poteri del Presidente in tema di bilancio sono in effetti molto inferiori ai poteri di cui dispone, ad esempio, il Presidente del consiglio in Italia, dove vige una forma di governo di tipo parlamentare, che solo teoricamente da meno poteri all'esecutivo e più poteri al legislativo (le Camere), stessa cosa si può dire per un altro sistema parlamentare, di diverso tipo, come quello inglese, dove il potere dell'esecutivo sulla sezione di bilancio è pressoché assoluto.

Questa è in realtà la prima grande battaglia di una lunga guerra. I democratici l'hanno vinta: sono riusciti a salvare sanità e istruzione. La possibilità di dare una “spallata” a Obama è tramontata. Il Gop voleva tagli al bilancio federale per 40 miliardi di dollari per l'anno in corso (2011), i democratici per 33. Il compromesso è stato trovato a 38,5 ma non taglia i fondi federali a istruzione e non intacca la riforma Obama della sanità. Tra breve il Congresso sarà impegnato in altre pesanti discussioni sul bilancio 2012, dove i conti si fanno più stringenti e il Congresso dovrà discutere sulla necessità di alzare il tetto massimo di indebitamento proposto dal Governo e sulle prospettive di spesa e deficit di più lungo periodo. Insomma non solo un mero dibattito sui soldi da spendere. Questo è un vero e proprio scontro a tutto campo tra idee politiche di società tra loro inconciliabili: da una parte il vero fiore all'occhiello di tutti i partiti progressisti del mondo, cioè mantenere e semmai espandere il Welfare State, dall'altra l'idea di Stato minimo, in cui sono i privati a doversi far carico dei loro propri bisogni collettivi. Questa è l'ideologia Reganiana e Thacheriana, che è anche la vera spina dorsale del movimento ultraliberista Tea Party. I Repubblicani alla Camera, spinti da una nuova generazione di deputati eletti dal movimento conservatore e ultraliberista del Tea Party hanno presentato nei giorni scorsi un aggressivo piano per eliminare quasi seimila miliardi di dollari di spesa nell'arco dei prossimi dieci anni, puntano convintamente allo Stato minimo e alla privatizzazione di quasi tutti i servizi.

La sfida è sia economica che politica. Il Tea Party è convinto che riuscirà a trascinare verso le proprie posizioni radicali tutto il Gop, e pensa convintamente che il liberismo sfrenato sia la risposta che gli americani vogliono per marcare una discontinuità con questi anni di Presidenza Obama che si sono caratterizzati anche per un grande accentramento di potere e una marcata espansione del governo federale. E una conseguente espansione del suo bilancio. Il Tea Party crede non solo di strappare consensi elettorali, ma le sue ricette economiche sono anche la sua identità politica. Infatti i suoi membri condividono l'ideologia liberista, ma all'interno del movimento ci sono posizioni molto distanti su tanti altri temi: è quindi l'economia il loro punto forte e il loro collante interno. I Democratici sono invece convinti dell'opposto, cioè che le posizioni estreme di certa parte del Gop possano allontanare da quel partito i moderati di centro, e questo possa giocare a loro favore e perciò a favore della rielezione di Obama.

Ma al di là degli interessi di partito ha per ora prevalso nei politici un sano pragmatismo e senso dello Stato. L'intesa introduce pesanti tagli a decine di programmi governativi finanziati con fondi federali per ridurre il deficit. Senza l'accordo si sarebbe arrivati alla chiusura dei servizi governativi e alla sospensione degli stipendi dei dipendenti pubblici: una situazione di caos di questo tipo, per ora evitata, è già successa nel 1995. L'allora Presidente democratico Bill Clinton si trovò in una situazione simile a quella in cui si è trovato Barack Obama: anche allora a seguito delle Mid Term, il Presidente democratico si trovò a dover fronteggiare un Parlamento a maggioranza Repubblicana.

Obama ha dimostrato ancora una volta la sua straordinaria abilità al dialogo con l'opposizione avendo evitando però che questo dialogo potesse tradursi in compromessi verso il basso. Egli ha come stella polare del suo agire politico concreto il bene della nazione, ma le sfide sul bilancio non sono finite e il Tea Party è molto agguerrito, proprio perché fa di queste battaglia la propria identità politica e il senso stesso della propria esistenza politica.

Per ora ha vinto il senso di responsabilità, ognuno ha rinunciato a qualcosa e si è fatto il bene dello Stato. Il pragmatismo anglosassone ha vinto sugli interessi elettorali e sulle misure ideologiche: questa è la forza trainante della politica Usa.

Quello stesso senso dello Stato che tanto manca negli uomini che incarnano le nostre Istituzioni e nella nostra classe didrigente e politica. Ho un idea: si potrebbe copiare questo dagli USA invece che la precarietà, la finanza creativa, gli hamburgher e le starlette. Ma si sa, noi siamo latini: il pragamtismo anglosassone ce lo sognamo.

La riduzione delle spese taglierà le gambe alla Presidenza Obama?
post pubblicato in Notizie, il 11 febbraio 2011

. IL DEFICIT degli Usa ha toccato quota 1800 miliardi di dollari. La disoccupazione è al 9,4% e i sussidi di disoccupazione, gli aiuti alle aziende, i tagli seppur contenuti alle imposte sui redditi individuali stanno affossando la finanza pubblica Usa. Il debito pubblico totale potrebbe raggiungere il livello più alto mai raggiunto nella storia americana a fine 2011: il 100% del Pil Usa, facendolo diventare il terzo più grande del mondo in percentuale sul Pil (dopo Giappone e Italia) e il più grande in termini assoluti.

 

I repubblicani vogliono tagliare le spese federali degli Stati Uniti di oltre 2.500 miliardi di dollari nei prossimi 10 anni. Si tratta della proposta di legge più ambiziosa e più a lungo termine fatta dalla nuova maggioranza alla Camera. Secondo il Washington Post, oggi, martedì  25 gennaio 2011, sono stati resi noti i dettagli dello “Spending Reduction Act”. Il voto sul provvedimento che potrebbe definitivamente rendere impossibile ogni tipo di investimento e di nuova politica fiscale al Presidente Obama, avverrà con scrutinio palese il prossimo giovedì alla Camera. Tale proposta di legge prevede una riduzione delle spese “discrezionali” che rappresentano 670 miliardi del budget di 3.800 miliardi di bilancio previsto per l’anno fiscale 2011 inoltre vuole anche licenziare il 15% dei dipendenti federali, pari a 100 mila esuberi e congelare per cinque anni le buste paga dei funzionari pubblici. La proposta di legge prevede una riduzione del 20% di tutti i finanziamenti alle agenzie federali per questo anno fiscale e anche per i prossimi avvenire. I repubblicani affermano che la misura è solo il primo passo per mantenere le loro promesse, fatte in campagna elettorale nelle mid term, di tagliare 100 miliardi l’anno al bilancio di Obama. Questa manovra che pare eccessiva sia alla Presidenza democratica che stando ai sondaggi, all’opinione pubblica, non è ancora sufficiente per accontentare le mire dei repubblicani più radicali e del Tea Party. Infatti lo scorso lunedì circa 100 deputati repubblicani hanno scritto allo speaker della Camera John Boehner, repubblicano dell’Ohio,  spronandolo a dare spazio nel dibattito a chi chiede il taglio totale di tutti gli stanziamenti alle agenzie federali da qui alla fine dell’anno fiscale 2011 (estate 2011).

 

La proposta di legge avrà vita dura, infatti lo “Spending Reduction Act” potrebbe passare alla Camera nel caso in cui i Repubblicani trovassero tra loro un accordo, ma dovrà comunque passare anche al Senato dove la maggioranza è ancora democratica. L’obiettivo prioritario dei democratici di Camera e Senato è salvare dalla scure dei tagli i programmi federali di aiuto agli indigenti promossi da questa Presidenza, come ad esempio gli affitti calmierati, gli aiuti in cibo per le donne povere e incinte e i sussidi per il pagamento del riscaldamento. Jacob Lew direttore del budget dell’Amministrazione Obama, afferma allarmato che “Tagli di quelle dimensioni danneggerebbero la crescita economica e sarebbero un colpo duro alle prospettive dei disoccupati”. Il timore diffuso nei democratici è che proporre un così forte taglio alle spese governative proprio ora che l’economia americana sta iniziando a riprendersi, potrebbe significare un arresto della ripresa, calo dei consumi e nuova disoccupazione.
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Anche l’opinione pubblica Usa non crede che il problema siano le spese federali per il sociale. Infatti, una consistente maggioranza di americani, il 61 per cento, crede che il governo federale dovrebbe per risanare il bilancio prioritariamente aumentare le tasse ai ricchi, secondo quanto ha accertato un sondaggio realizzato da 60 Minutes. Dopo l’aumento delle tasse ai ricchi, secondo il sondaggio, l’opzione preferita dal 20 per cento è la riduzione delle spese militari. In effetti, controllando i dati sull’andamento del deficit e del debito americani negli ultimi 10 anni, forniti dal dipartimento federale (http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_public_debt) si nota come il deficit ha iniziato a sfuggire dai controlli e a crescere sempre più a causa delle ingenti spese militari promosse da George W. Bush e proseguite sotto la presidenza Obama.

 

Bisogna ricordare che il bilancio federale, amministrato dai democratici, è cosa diversa dal bilancio dei singoli stati membri degli Usa e quindi il taglio alla spesa federale può essere vista come una manovra per indebolire la Presidenza Obama ammantando l’operazione come pura responsabilità fiscale. Paul Krugman, noto economista di fama internazionale spiega: “Perché allora tutta questa isteria attorno al deficit Usa? Per ragioni politiche. La differenza principale tra l’estate scorsa – quando avevamo dei deficit e in buona parte e non battevamo ciglio – e l’attuale sensazione dilagante di panico è che diffondere cupe previsioni sul deficit è ormai un fattore cruciale della strategia politica repubblicana, che serve un duplice scopo: nuoce all’immagine del presidente Obama e al contempo danneggia la sua agenda politica”. Potrebbe essere tutta una manovra politica come afferma l’economista democratico Krugman, ma il rischio di un debito eccessivo e incontrollato è reale. Inoltre il debito pubblico americano è per il 22% nelle mani della Cina, l’altra superpotenza mondiale emergente. E’ pur vero che un altro 20% è nelle mani degli affidabili giapponesi e l’11% è nelle mani degli alleati inglesi, ma il fatto che 20 dollari su 100 che si spendono per le strade degli Usa siano finanziati dai cinesi, non può far dormire sonni tranquilli alla politica Usa.

Questo articolo è stato pubblicato la scorsa settimana sulla rivista online di politica internazionale Thepostinternazionale e può essere letto all'indirizzo: http://www.thepostinternazionale.it/2011/02/la-riduzione-delle-spese-tagliera-le-gambe-alla-presidenza-obama/


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permalink | inviato da Pa.P il 11/2/2011 alle 16:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Tax cut di Obama: ecco perché non è la soluzione
post pubblicato in Notizie, il 22 dicembre 2010

 

E ci risiamo. Le forze politiche progressiste, in Usa come nella vecchia Europa, quando sono in difficoltà e più in generale in perdita di consenso e voti, finiscono col fare gravi errori. Più in particolare, finiscono di solito per copiare le ricette della destra e così facendo: 1) non risolvono i problemi, 2) scontentano il loro elettorato ancora di più di prima 3) non ottengono il risultato prefissato, ovvero recuperare i consensi perduti (infatti semmai ne perdono ulteriori). Con l'espressione copiare la destra, intendo il tax cut.
 

Andiamo con ordine. Si sta parlando della manovra di politica economica che l'amministrazione Obama ha presentato al Congresso a inizio dicembre. E' il cosiddetto “tax cut” di reganiana memoria l'idea che l'amministrazione democratica ha partorito per risollevare i ceti medi dalla crisi e riprendere un po del consenso perduto.

"Taglio delle imposte alla classe media” è una espressione distorsiva della realtà. Infatti l'accordo che l'amministrazione era riuscita a strappare ai Repubblicani della Camera prevedeva un pacchetto di 858 milioni di dollari, in buona parte di mancati introiti nelle imposte dirette personali (tax personal income), per tutti gli americani che guadagnano meno di 200.000 dollari e alle coppie il cui reddito è inferiore ai 250.000 dollari. I repubblicani avrebbero invece voluto estendere permanentemente i tagli a tutte le fasce di reddito e non prolungare i sussidi di disoccupazione. Obama è riuscito a non fare estendere il tax cut ai più ricchi e a prolungare i sussidi. Ha trovato l'accordo con i repubblicani della Camera e incassato il loro placet ma arrivata al Senato, la manovra è stata bocciata. Il taglio previsto era nelle intenzioni dell'amministrazione un modo per aiutare i lavoratori della classe media atto a dare liquidità ai cittadini in grado di rimettere così in moto l'economia. L'idea non è sbagliata, almeno economicamente parlando. Meno imposte sui redditi medi significa liberare risorse che i cittadini possono destinare a spese urgenti, una politica decisiva in periodo di crisi.
 

Vista la fascia di popolazione che avrebbe eventualmente beneficiato della riduzione delle imposte sorge qualche dubbio sulla bontà dell'operazione. Non si tratta infatti dei lavoratori della classe media ma della media e alta borghesia cittadina. I redditi inclusi nel tax cut sono redditi troppo elevati. Si vogliono tagliare le tasse a quella fascia consistente di ceto medio che meno ha subito gli effetti nefasti della crisi. Mentre, la fascia di ceto medio veramente impoverita, quella tra i 30 mila e i 50 mila dollari l'anno, non avrebbe un solo cent di tasse in meno. Infatti questa fascia verrebbe toccata solo di “striscio” dalla riduzione delle imposte, perché la riduzione aumenta proporzionalmente con il reddito imponibile. Quindi ai più ricchi andrebbero i maggiori risparmi, ai più poveri, ironia dell'economia, meno risparmi. La manovra, così congegnata sarebbe inoltre un duro colpo per le già indebitate finanze pubbliche USA. Molti repubblicani e alcuni democratici avveduti hanno pensato bene di votare contro proprio per questo motivo. I repubblicani più a destra, e il Tea Party invece hanno votato contro il tax cut proprio perché non favorisce i più ricchi che loro difendono a spada tratta.

Sulla decisione di non votare il tax cut ha avuto il suo peso anche la dichiarazione del presidente della Federal Reserve Ben Bernanke che aveva avvertito i legislatori americani di fare attenzione a non pregiudicare il recupero economico della nazione con una manovra troppo onerosa per le finanze.


 

La manovra, per la verità complessa, prevedeva molte altre voci di spesa per nulla disprezzabili. Aumento delle detrazioni (ok i tax credit bonus sono un po diversi ma la sostanza è simile alle nostre detrazioni) per i figli dagli attuali 3000 dollari fino ai 12 mila dollari l'anno. Tagli alle imposte delle famiglie che avessero apportato cambiamenti nelle loro abitazioni per l'efficienza energetica fino a 1500 dollari. Aumento della soglia della non tassabilità per i redditi bassi dei neo disoccupati, e 2500 dollari di tasse risparmiate per le famiglie che hanno figli a carico all'università.

Tutte ottime trovate economiche e pure molto generose. La manovra dovrà essere a breve votata alla Camera, perché dopo la bocciatura del Senato è stata ulteriormente emendata in commissione. Infatti il sistema americano prevede che le leggi che riguardano il bilancio abbiano un iter legislativo in tutto e per tutto uguale a quello del bicameralismo perfetto all'italiana. Devono, cioè essere approvate sia dalla Camera dei Rappresentanti sia dal Senato.

Fortunatamente e intelligentemente, il Senato, lo scorso 3 dicembre ha bocciato il piano Obama. Il tax cut è modellato sulla base dei modelli economici liberisti che hanno partorito i piani della destra americana da Regan in avanti, con la correzione opportuna ma non sufficiente di escludere il 2% più ricco della popolazione dai tagli.


 

In estrema sintesi, la manovra così com'è non aiuta in modo efficace i più deboli, come era invece nelle intenzioni dell'amministrazione Obama. Inoltre copia in tutto e per tutto una delle misure economiche preferite della destra pensando ingenuamente di poter recuperare il consenso perduto nella classe media. Invece, una buona politica progressista non avrebbe proposto un abbassamento delle tasse (in USA le tasse sono molto più basse che in Europa già ora, prima del tass cut) ma avrebbe distribuito le risorse governative per esempio investendo di più in R&D e nell'aiuto economico per gli studi dei ragazzi (negli Usa infatti le università sono riservate a chi se le può permettere cioè alla classe medio -alta). Indipendentemente dal fatto che Obama riesca a far passare alla Camera la riforma, questa non sarà la soluzione alla crisi economica americana. Il tax cut va ad abbassare le tasse a chi non ha bisogno di alcuno sconto dallo Stato, mentre, non fa sconti per le casse dello Stato. Certo, anche i lavoratori otterrebbero qualche spicciolo in più ma la manovra andrebbe rivista centrandola sui redditi più bassi. Obama non otterrà ne la fine della crisi ne i consensi della classe media a cui tanto anela.


 


 

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