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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Voglio una tregua
post pubblicato in diario, il 10 gennaio 2018
E' proprio vero che le cose che ci fanno più male le riceviamo da chi vogliamo bene, anche senza volerlo. Oggi mi sono sentito dire che per fare qualche soldo potrei accettare anche di fare l'operaio o qualsiasi altro lavoro. Soltanto che io ho investito gli anni più belli della mia giovinezza per cercare di ottenere qualcosa di più del lavoro di mio padre, che rispetto, ma che non fa per me.
Non è questione di essere altezzosi, ho alle spalle più di 10 anni di gavetta e di precarietà quella vera, non quella del Jobs Act con tutti i diritti e con un contratto in tasca. Quindi forse capirete che sono un po sensibile su alcuni argomenti. A quanto pare è proprio chi mi dice di volermi bene che non ha la benché minima sensibilità. 
Terminata la telefonata mi è tornato il nervoso di pochi giorni fa. Per fortuna che la persona che mi ha detto quelle frasi con leggerezza non ce l'avevo davanti, ma a chilometri di distanza. Ero così incazzato da tremare. A sera sono esausto come se avessi lavorato in cava. Ma che ho fatto di così male da trovarmi sempre con persone che non mi capiscono e non riescono nemmeno a tirarmi su il morale quando già ce l'ho a terra?

Forse dovrei fare come mi è stato suggerito, iniziare a lavorare, qualsiasi lavoro sia. Peccato che anche in passato ho provato a propormi per qualsiasi lavoro - commesso, impiegato, venditore eccetera - ma mi hanno rifiutato. La mia vita è una lunga collezione di rifiuti, di piccole sconfitte.
Tutte insieme a volte pesano.
Posso avere una tregua?

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permalink | inviato da Pa.P il 10/1/2018 alle 23:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Le fonti non sono i social
post pubblicato in Notizie, il 1 settembre 2016
Sono diventato anch'io un cretinetto da social che commenta le cose prima di leggere le fonti. L'iniziativa della Lorenzin, o meglio del ministero della salute è tutt'altro che quello che è sembrato in questi giorni sui social network. La pubblicazione che accompagna l'iniziativa pubblicitaria deprecabile che tutti abbiamo visto, non l'ha letta nessuno evidentemente. E abbiamo sbagliato. Trattasi di un testo scientifico ma scritto in un bellissimo italiano corretto (invece lo slogan utilizzato in english fa pietà "fertilityday") e scritto dai più eminenti dottori in Italia che si occupano di riproduzione umana. Ve ne linko un pezzo, per farvi rendere conto: 

"I giovani tendono, ormai, a procrastinare le scelte decisive. Mutano i ruoli, le fasi, i tempidi ogni età, con conseguenze sociali, biologiche e di sostenibilità ancora globalmente daesplorare.Da un punto di vista psicologico sembra diffuso un ripiegamento narcisistico sulla propriapersona e sui propri progetti, inteso sia come investimento sulla realizzazione personale eprofessionale, sia come maggiore attenzione alle esigenze della sicurezza, con tendenzaall’autosufficienza da un punto di vista economico e affettivo. Tale disposizione, spessoassociata ad una persistenza di un’attitudine adolescenziale, facilitata dalla crisieconomica e dalla perdita di valori e di identificazioni forti, si riflette sulla vita di coppia eporta a rinviare il momento della assunzione del ruolo genitoriale, con i compiti a questolegati. Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazionetradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di unaautonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenzee quelle rivolte alla maternità. Nello stesso tempo la crisi economica ha determinato un’elevata disoccupazionegiovanile, tra le più alte d’Europa e questo ha reso ancora più difficile per i giovani ideareprogetti di vita autonoma rispetto alla famiglia d’origine. Il ritardo nell’uscita dalla casadei genitori si riflette anche nel ritardo nel progettare la nascita del primo figlio.Fra le motivazioni possiamo riflettere sulla mancanza, attualmente, del valore socialedella maternità, (e più in generale, dell’essere genitori). Con ciò intendendo il nonriconoscimento, in ambito pubblico, del fatto che essere madri non è solamente una sceltapersonale, ma è un’esperienza che caratterizza in modo decisivo la vita di una persona, neaumenta le competenze, ne disegna il tratto umano e le capacità organizzative erelazionali, mutandole e maturandole.L’essere madre (e di conseguenza, padre) rientra, invece, adesso in una dimensionebiografica descrittiva, come se esserlo o non esserlo non cambiasse in modo sostanziale itratti fondanti della persona e le sue conoscenze, abilità e capacità. Il paradosso è che peresempio, un periodo di volontariato all’estero come coordinatore di un progetto dicooperazione per qualche mese, viene considerato e può fare la differenza nellavalutazione professionale, mentre gravidanza, parto, allattamento e accudimento (per es.nel caso di figli con disabilità), non sono considerati altrettanto indicativi delle capacitàorganizzative e di relazione della stessa persona.Valore sociale significa poi riconoscere che è bene per tutti che nascano bambini, che lasocietà si riproduca, continui a vivere e non si spenga.In questo senso il sostegno economico alla natalità non deve essere visto come una sortadi “compensazione” per il disagio di essere madri, ma come un atto di giustizia sociale,perché si riconosce il valore sociale dell’essere madri (e padri). " -  Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità pag. 32 di 137


Ora, come volevasi dimostrare non bisogna fare i grillini che parlano di ciò che non sanno. La lezione vale per tutti, per primo per me stesso. D'ora in poi prima cercherò le fonti e poi dopo, forse, commenterò. Non voglio mica diventare DiBattista.

PS: Se vi va di leggere il resto (e ne vale la pena) è qui: http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2367_allegato.pdf


Riflessioni
post pubblicato in diario, il 24 gennaio 2014
E' una di quelle sere piene di buone notizie, ma inspiegabilmente sono nella stanzetta e guardando il vuoto penso alla domanda esistenziale che non mi ponevo da anni. Perché vivo? Perché sono su questa terra, qual'è il senso della mia esistenza, mia come individuo?

Probabilmente questa domanda sorge perché ho scoperto che vivo ultimamente, non più per raggiungere i miei desideri o la mia aspirazione ma vivo per vivere, solo per trovare un modo per vivere.

L'aspirazione e il sogno tale rimarrà, probabilmente, e c'avevo pensato anche tempo, forse è pure meglio così in un certo senso.

Ognuno, penso, trova poi un motivo, o si inventa un motivo valido per vivere. C'è anche chi non si chiede mai il motivo per cui è qui, e questo ragionamento arriva a farlo solo da vecchio, e così diventa un vecchio depresso.

Comunque finalmente capisco quelli che dicevano che quando pensano a sé sono tristi. Per me è un evento mai successa prima d'ora, infatti sono qui che lo scrivo. Prima d'ora quando ho pensato a me, al senso della mia esistenza riuscivo sempre a dare una buona motivazione. Ora invece, devo ricostruirmene un'altra a quanto pare.

Sarà dura.

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permalink | inviato da Pa.P il 24/1/2014 alle 21:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
Piccoli progetti crescono
post pubblicato in diario, il 13 dicembre 2013
Sono contento di aver creato un piccolo spazio di critica sociale intelligente, il mio http://www.ilbolognino.info/

Scrivo mio, perché l'ho fondato e senza di me morirebbe di inedia, e non nel senso di mio come blog. So che ospito il pensiero sensato di tanti, tutti quelli che vogliono esprimere qualcosa di più pronfondo che i soliti discorsi vuoti, risentiti, triturati o retorici. Non è facile, ma sta andando avanti più o meno. Io come al solito non mi arrendo, vorrei più partecipazione, ma la scelta è forcuta: o curi la partecipazione, o curi le pubblicazioni, e io ho anche una vita, un lavoro da curare, e certo non posso passare più di una mezz'ora al giorno per il bolognino. Però ne sono orgoglioso, come sono orgoglioso di questo spazio, attualmente un po' trascurato, ma non poco amato.
Non so se potrò tenerli a lungo; entrambi sono progetti nati per esprimere me stesso e per mettere su byte, se non proprio su carta, alcune osservazioni utili nel presente, ma anche nel futuro. Entrambi sono nati di "soppiatto", in sordina, senza ambizioni, come credo debba nascere qualsiasi cosa di importante, anche a prescindere da questo campo.
Almeno questo mi ha insegnato l'esperienza, quando si cerca visibilità non si ottiene niente, meglio farsi apprezzare da chi sa apprezzare.
L'importante è sentire sempre una grande responsabilità in quel che si fa (o si scrive), perché indipendentemente da quante persone leggeranno a tutte va portato rispetto. E il rispetto in questi casi non può che essere il cercare di scrivere bene, il meglio possibile, con contenuti che hai faticato ad acquisire, cercando di cancellare le opinioni campate in aria e poi rivedere sempre tutto e prima di schiacciare pubblica, fare un passo indietro dal proprio ego e non parlare di sé.


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permalink | inviato da Pa.P il 13/12/2013 alle 19:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
Immigrazione, ho cambiato idea
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2013
Ho decisamente cambiato opinione anche sull'unica cosa politicamente mi distingueva dalla sinistra: l'immigrazione. E premetto che la tragedia di Lampedusa c'entra poco.
Questa maledetta maturità! Comunque, tornado al tema, devo dire che non temo più gli immigrati, come tempo fa. L'Italia non può accogliere tutta l'Africa, mi rispondono oggi sulla pagina Fb di Fuoritempi. Bene, dico io è vero. Ma è vero anche che tutta quella massa di disperati non ci pensa nemmeno a venire a vivere in Italia. Poveri e sfigati si, ma non stupidi. Lo sanno anche nel Sahara che l'Italia è un paese di gente mediocre e la maggior parte degli immigrati che qui sbarcano vogliono andare in Germania o Francia o Regno Unito. L'Italia è solo quella lingua di terra che unisce o quasi l'Europa con l'Africa (e non solo geograficamente).


Poi un altra considerazione, questa volta ancor più radicale di quella di prima è che non penso più che gli immigrati portino più criminalità. La vera criminalità, quella che uccide, stà nei palazzi della finanza, e si inventa i derivati, con cui t'incula, e tu neanche lo sai. Quelli in doppio petto sono pericolosi, non i piccoli spacciatori, puttane e piccoli criminali. Questa è la verità.
La sapevo anche prima, è che non avevo considerato un paio di aspetti. Chi vuole delinquere lo fa in ogni luogo. Ogni luogo, qualunque. Anche a casa sua, ma la stragrande maggioranza degli immigrati viene qui per vivere da nababbi come noi occidentali. Cercarsi un lavoretto, farsi la casa, la macchina, la moglie, la famiglia e vivere felici e contenti, sorseggiando sì Coca Cola, ma ancora per un paio di generazioni il Venerdì alla Moschea. E quindi che male c'è? Sapete che penso ora? Che non è affatto facile trovare lavoro qui, ora. Neanche sottopagato. Neanche in nero per il ne(g)ro.
Quindi so che molti immigrati se ne sono anche andati dall'Italia vedendo la crisi spaventosa che c'è. Quindi perché avere paura dell'immigrazione.

Su una cosa invece la penso come sempre. La distinzione tra immigrazione legale e illegale l'ho sempre trovata artificiosa, fondamentalmente ingiusta e pure economicamente disfunzionale. Chi ha culo o le giuste conoscenze può lavorare qui, gli altri no, magari si fanno un anno e mezzo di internamento in un Cie. Ma ti pare? E' giusto? Serve a qualcuno? NO. Quindi ora sono per un immigrazione libera e aperta, e per accordi con i paesi in via di sviluppo che si affacciano sul Mediterraneo: accordi veri, non controllo frontiere in cambio di soldi.

Loro si impegnano a tenersi a casa i loro criminali e noi ci impegnamo a investire nei loro paesi, e ad accogliere chiunque voglia solcare il mare e cambiare sponda del Mediterraneo. per me ci sarebbero benefici per tutti, e anche fine dei morti in mare e delle tragedie. Perché, sapete, nella storia, nei millenni precedenti, qualunque società si sia fusa o avvicinato ad altre ne ha tratto beneficio sul medio periodo.
L'unico vincolo vero che metterei, e sarebbe un vincolo grosso, sarebbe smetterla di aiutare le famiglie di immigrati con soldi pubblici, asili pubblici e case pubbliche. Chi ce la fa e vuole restare qui si rimbocchi le maniche e auguri, come hanno fatto i miei nonni in Svizzera lo scorso secolo.

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permalink | inviato da Pa.P il 10/10/2013 alle 21:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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