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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
Il Pakistan e l’America: High-Risk Duplicity
post pubblicato in Notizie, il 23 maggio 2011

Pakistan Usa - nemici/amici.

L’OPERAZIONE di Abbottabad, conclusasi con la morte del ricercato numero uno al mondo, è stata una svolta nella storia recente. Non tanto per il fatto che la morte di bin Laden possa aver inferto un duro colpo al terrorismo islamico, perché questo è ancora da provare. Ma, piuttosto, perchè il discorso con cui Barack Obama ha sentenziato che “giustizia era stata fatta” in seguito al raid in Pakistan sembrerebbe ridare all’America un po’ del suo tradizionale ottimismo.

I problemi, tuttavia, sono numerosi e includono anche il rapporto complicato tra Islamabad e Washington. Il governo pakistano ha deciso di fare la voce grossa — evidentemente le operazioni Nato e Usa sul suo territorio danno fastidio alle alte sfere dell’ISI, l’esercito e i servizi segreti pakistani. Danno fastidio, di riflesso, anche al governo, che da sempre in Pakistan è espressione del potentato economico e politico rappresentato dalle forze armate. “Solidali con esercito e servizi segreti”: questa è stata la dichiarazione di esponenti governativi. C’è da credergli: è sempre stato così? Il parlamento di Islamabad, dopo dieci ore di seduta, ha approvato una risoluzione che invita gli Stati Uniti a fermare i raid dei droni sul territorio pakistano e chiede l’apertura di un’inchiesta indipendente sul blitz dei Navy Seals che ha portato all’uccisione dell’ex leader di al-Qaeda, Osama Bin Laden. Gli Usa non possono fermare i raid dei droni. Il principale obiettivo della politica estera Usa non era uccidere lo sceicco del terrore, ma combattere e sconfiggere al-Quaeda. Nessuno nel mondo mette in dubbio che le basi operative dell’organizzazione criminale si trovino proprio tra le montagne delle zone tribali di uno dei suoi più grandi alleati, il Pakistan, proprio al confine con l’Afghanistan.

I rapporti bilaterali tra gli Usa e il Pakistan sono sempre stati rapporti di mutuo interesse. Gli Usa fornivano al Pakistan un alleato forte e autorevolissimo, una ricca fonte di finanziamento nonché una legittimazione internazionale di notevole portata. Il Pakistan fa comodo agli Usa come “paese amico”, se non altro per la sua strategica posizione geografica.

La relazione politica e diplomatica tra Washington e Islamabad è ambigua; ed ora vacilla più che mai (leggi l’articolo). La stessa vicenda dell’incursione ad Abbottabad non la farà per ora venire meno: è fondata su solidi interessi reciproci (politici, economici e strategici). Interessi che ora, anche grazie all’intervento di una potenza terza, la Cina, sono meno importanti di un tempo. Il Pakistan ha ricevuto tutto dagli Usa: finanziamenti, legittimazione politica, indulgenza della comunità internazionale sull’orribile situazione dei diritti umani, specialmente religiosi, riservati alle minoranze cristiane; persino la possibilità di dotarsi dell’arma atomica. Gli Usa vi hanno messo le loro basi militari e si sono finora riservati la possibilità di’intervento militare sul suolo pakistano. Hanno influenzato molto la politica del paese nel passato: l’ex presidente Musharraf era stato scelto proprio da Washington, ma non ha mai convinto. Ad Islamabad ha sempre governato l’esercito che non ha mai avuto interesse o non è mai riuscito, per incapacità, a controllare le zone tribali, dove prolifera la rivoluzione jihadista. Eppure il blitz notturno del due maggio è stato troppo: ha infatti ridicolizzato Islamabad, mostrandola per quella che in fondo è, un territorio di libero accesso alle truppe Usa. Ora, vista la figuraccia internazionale, il parlamento pakistano ha alzato il tiro: domanda una commissione indipendente e la fine dell’utilizzo dei droni che volano indisturbati: in pratica auspica il rispetto del proprio territorio e del diritto internazionale. Fino a pochi anni fa questa dura presa di posizione sarebbe stata impossibile e potenzialmente suicida per l’élite governativa pakistana. Ora è possibile. Qualcosa è cambiato.

Il potere contrattuale del Pakistan è cresciuto. Oggi il Pakistan è una grande potenza in lenta ma costante ascesa economica, ha la bomba atomica e soprattutto ha intessuto importantissimi e fruttuosi rapporti con la Cina. Ci sono progetti in costruzione che l’impero celeste sta finanziando, come il porto sul Mar Arabico e la linea ferroviaria nel Kashmir.

La Cina si serve di fatto del nuovo rapporto con il Pakistan e, paradossalmente, lo fa anche per non sbilanciare eccessivamente gli equilibri della questione ‘India’, acerrima rivale del Pakistan. Cina e Pakistan fanno gioco di squadra per limitare la crescita dell’India. L’india è sempre più isolata: piace poco agli agguerriti vicini, del resto è l’unico regime veramente democratico della zona. In questo teatro locale e globale completamente cambiato, in cui le relazioni internazionali disegnano un mondo non più unipolare, il rapporto Washington-Islamabad è per quest’ultima meno importante. Gli Usa si sono da tempo pentiti di aver permesso al Pakistan di dotarsi dell’arma atomica: gli hanno dato un peso internazionale e militare difficilmente controllabile che ora rischia di sfuggire anche dalle loro mani. Gli accordi sulla non proliferazione, voluti dagli Usa, sono stati firmati anche dal Pakistan.  La Cina sta finanziando e ha iniziato la costruzione di due reattori nucleari proprio in Pakistan, senza preoccuparsi degli accordi internazionali sulla non proliferazione voluti da Washington.

Il ruolo degli Usa nell’area centro asiatica è cruciale, l’area è il centro del nuovo nemico degli Usa. Essi devono controllarla non solo per interesse economico e geostrategico, ma soprattutto perché quello è uno dei centri da cui si propaga in tutto il mondo il pericolo letale del fondamentalismo islamico. E’ proprio questo il nemico ideologico, politico e militare che la politica Usa cerca di abbattere ad ogni costo, così come fu per il comunismo. Tutti i Presidenti hanno la stessa impostazione politica, per quanto riguarda queste grandi scelte; Democratici o Repubblicani non importa: il nemico comune per gli Usa è nemico di tutta la classe politica Usa, senza eccezioni. Da qui si capisce l’impegno di Barack Obama contro il fondamentalismo e la crociata anti jihadista iniziata da George W. Bush. La sfida politica degli Usa è tale dai tempi della fondazione stessa del Paese, non è fenomeno recente. Essi rappresentano loro stessi, nella storia dell’umanità, come portatori di valori universali da diffondere all’intera umanità. La libertà, americanamente intesa, è valore fondante della Nazione, ma anche uno degli ideali su cui tutta la politica estera americana si fonda. La diplomazia americana si sta muovendo per addolcire il regime pakistano, che ha deciso di mostrare i muscoli. Perlopiù il presidente del Comitato per le Relazioni Estere del Senato Usa, il democratico John Kerry, non ha  cercato di minimizzare il problema che esiste tra Pakistan e Usa, sostenendo che Washington vuole che il Pakistan sia un alleato «reale» nella lotta al terrorismo: “Noi pensiamo che ci siano cose che possono essere fatte meglio. Ma sia chiaro, non stiamo affatto cercando di rompere una relazione, piuttosto di trovare il modo per costruirla in modo più solido.”

Gli Usa hanno capito bene di cosa si tratta. L’ISI pakistana non è mai stata interessata a sconfiggere i taliban: l’obiettivo principale per il Pakistan è combattere la democratica India. Nel Pakistan tradizionale non esiste Islam moderato e all’élite militare sta bene così. Ufficialmente l’élite pakistana mostra di essere impegnata anch’essa contro il terrore, ma solo per non essere additati come “Stato canaglia” e poter continuare a crescere d’importanza nello scacchiere mondiale. D’altronde, nelle relazioni internazionali, gli Stati non valgono tutti allo stesso modo. L’Afghanistan è stato scelto come palcoscenico principale per la lotta al terrore, anche perché è un paese economicamente ed ancor più politicamente debole. Una guerra contro il terrore che avesse come palcoscenico il Pakistan non sarebbe stata neppure auspicabile. Gli Usa avevano schivato il problema facendo intervenire sul suolo Pakistano i loro efficientissimi aerei teleguidati: i droni (leggi l’articolo).

Ora quest’utilissimo strumento della guerra al terrore è messo in discussione. D’altronde il Pakistan non è l’Afghanistan: ha quindi molto più valore sullo scenario internazionale. E anche se i quadri di al-Quaeda sono da sempre nel Pakistan, come più fonti indicano, e non nel povero e medioevale Afghanistan, poco importa: la guerra al Pakistan non si può fare, in compenso la si è fatta contro il vicino povero. Il Pakistan ha un esercito di tutto rispetto, 180 milioni di abitanti e l’arma atomica; in Afghanistan ci sono solo montagne, deserto, barbe lunghe e tristezza.

Kay Garnger, la portavoce della sottocommissione per gli stanziamenti del Congresso (organo preposto all’assegnazione dei fondi per le operazioni all’estero), ha richiesto la sospensione degli aiuti americani al Pakistan, affermando che Islamabad non sarebbe in grado di distribuirli in modo trasparente. Se questa minaccia fosse messa in pratica, i pakistani perderebbero un milione e mezzo di dollari l’anno e s’interromperebbe il flusso di denaro che dal 2002 ad oggi ha portato 20 miliardi di dollari nelle casse di Islamabad. Molti a Washington stanno pensando che tutti quei soldi sono stati gettati al vento, lo stesso governo comincia a dubitare sempre di più sull’affidabilità dell’ISI. Tuttavia, è quasi sicuro che le minacce della Garnger non si trasformeranno in azioni. Il doppiogiochismo di Islamabad non rappresenta di per sé una sorpresa. Gli americani questo lo sanno: dei pakistani non ci si può fidare ciecamente, per quanto utili. Non a caso, recentemente la CIA ha provveduto a creare nel paese un suo network di spionaggio indipendente e senza contatti con gli 007 locali dell’ISI.


L'articolo è stato pubblicato dalla rivista di politica internazionale Thepostinternazionale e può essere letto anche a questo link: http://www.thepostinternazionale.it/2011/05/islamabad-e-washington-high-risk-duplicity-2/

Prima!
post pubblicato in diario, il 1 aprile 2011
Prima puntata di Fujiko Internationa, la mia creatura :D in onda oggi dalle 12.20 alle 13 sui 103.1 Fm

La trovate in podcast, qua:

http://soundcloud.com/paolo-perini/fujiko-internation-maghreb

L'intervento in Libia è auspicabile
post pubblicato in Notizie, il 19 marzo 2011

La Libia, paese africano del Maghreb, vicina alle coste italiane poche decine di chilometri è da mesi scossa da una vera e propria guerra civile.
Da una parte le forze leali al rais Gheddafi, l'esercito regolare e truppe di mercenari dell'Africa Sud sahariana ingaggiati dallo stesso Gheddafi per uccidere i rivoltosi. Dall'altra ci sono la maggioranza dei libici. Libici stanchi della dittatura autoritaria e paternalistica finto-socialista di Gheddafi, che dal 1° settembre 1969 ad oggi è il padrone supremo della Libia.

Un po di storia
Muhammar Gheddafi è un dittatore, che si è fregiato del titolo di Capo della Rivoluzione (quel colpo di stato che lo portò al potere) ed è personalità sfuggente e pericolosa. Nella sua lunga vita politica ha affermato tutto e il contrario di tutto: dal finto socialismo rivoluzionari oa cui diceva di ispirarsi negli anni Sessanta e Settanta, passa all'islamismo anzi al panislamismo con il suo libro verde pubblicato nel 1976, addirittura cambia la bandiera nazionale facendola diventare tutta verde nel 1979, colore dell'Islam. Tra le sue prime azioni le più significative sono tutte in chiave anti europea e anti italiana. Promuove la nazionalizzazione delle imprese petrolifere e dei pozzi con la cacciata delle imprese europee, in primis l'Eni, che le avevano costruite, decide per l'adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana che ancora viveva nella ex colonia, culminate col decreto di confisca di tutti i beni mobili ed immobili degli italiani in Libia del 21 luglio 1970. Molti degli "italiani" che furono cacciati erano in realtà nati in Libia. Una misura razzista e connotata di forte retorica populista, come d'altronde sarà tutta la sua politica. Gli italiani furono privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all'INPS e da questo trasferiti in base all'accordo all'istituto libico corrispondente, e furono sottoposti a progressive restrizioni finché furono costretti a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970. Dal 1970, ogni 7 ottobre in Libia si celebra il “giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell’espulsione di 20.000 italiani. Negli anni della Dc, si instaura tra Gheddafi e i vari Andreotti Forlani e altri esponenti Dc, un rapporto privilegiato di non ingerenza reciproca e strisciante quanto inopportuno aiuto. La Dc vedeva nel dittatore una sorta di ponte tra il vicino Islam e l'Italai, a Gheddafi la situazione faceva comodo. Negli anni ottanta si ha la sua svolta politica: la sua indole anti-israeliana e anti-americana lo portò a sostenere gruppi terroristi come la palestinese Settembre Nero. Fu anche accusato dall'intelligence statunitense di aver organizzato degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, ma egli si dichiarò sempre innocente. Per tutta risposta alle ingenti dimostrazioni di amicizia degli avventati governi italiani si rese responsabile del lancio di un missile contro le coste siciliane, nel 1982, fortunatamente senza danni. L'Italia decise di continuare a subire e anche di fronte a una provocazione simile lasciò inalterati i rapporti privilegiati col dittatore libico. Solo il partito comunista e il partito radicale erano marcatamente anti Gheddafi.
Divenuto il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America all'inizio degli anni 80 sopratutto per il fatto che Gheddafi continuava a finanziare gli attentati contro Israele, la Libia fu progressivamente emarginata dalla comunità internazionale. Il 15 aprile 1986, Gheddafi fu attaccato militarmente per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: il massiccio bombardamento ferì mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lasciò indenne il colonnello, che era stato avvertito del bombardamento da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio in Italia.

La situazione odierna

Dal 1990 al 2010, Gheddafi ha smesso di finanziare il terrorismo e iniziato una sua lenta marcia di riavvicinamento alal comunità internazionale. Nei primi anni duemila, gli ultimi sviluppi della politica libica di Gheddafi hanno portato ad un riavvicinamento agli USA e alle democrazie europee, con un parallelo allontanamento dall'integralismo islamico. Grazie a questi passi l'allora presidente statunitense George W. Bush decise di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia (in cui rimangono invece l'Iran, la Siria e la Corea del Nord) portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti. Il 10 giugno 2009 si è recato per la prima volta in Italia in visita di Stato; Gheddafi ha soggiornato tre giorni in Italia, seppur fra molte polemiche e contestazioni. Il leader libico si è recato al Campidoglio, a La Sapienza (dove ha ricevuto la contestazione degli studenti del movimento dell'Onda), alla sede di Confindustria e ha incontrato le massime cariche italiane. La politica italiana si dimostrò ancora una volta accondiscendente e amica del dittatore sopratutto per calcolo economico. Infatti le finanziarie libiche erano entrate con propri capitali nelle maggiori aziende italiane, dall'Eni alla strategica quota nella para - pubblica Finmeccanica fino ad avere una quota azionaria del 7,5% in Unicredit (maggiore banca italiana e quarta in Ue).
Il Trattato di Bengasi, o trattato di amicizia Italo - Libico è il coronamento di questa politica. Firmato a Bengasi il Il 30 agosto 2008 su volere di Silvio Berlusconi prevede all'articolo 4 una reciproca non intromissione negli affari interni dei due paesi e 4 miliardi di euro a fondo perduto che l'Italia si è accollata per rispondere alle richieste del dittatore con la scusa di risarcimento per i danni della colonizzazione.

Rivoluzione popolare versus Rais

La Libia come tutto il Maghreb è scossa da mesi da forti tensioni interne. Parte del paese, sopratutto la Cirenaica e la zona a est, vicino all'Egitto, è finita nelle mani dei ribelli e a fine febbraio 2011, i cosiddetti ribelli avevano assediato le ultime città libiche in mano alla dittatura. Da circa un mese abbiamo assistito ad un totale capovolgimento. Le forze militari libiche hanno ribaltato la situazione, lasciando sul loro cammino morte e distruzione. Prima Smirne, poi Ras Lanuf sono tornate nelle mani delle forze fedeli al Rais. Ora Misurata, città portuale sede degli insorti che nel frattempo avevano stabilito un primo governo di transizione democratico è ora sotto assedio delle truppe e viene bombardata dalla aviazione libica. L'Onu ha finalmente deciso di imporre una No fly zone, zona di interdizione al volo, sopra parte della Libia per impedire all'esercito di continuare a bombardare i civili. La decisione è stata lenta, quasi 20 giorni, nei quali le forze civili libiche hanno perso molte città che erano state precedentemente liberate. Nessuna potenza democratica e occidentale ha aiutato finora gli insorti anche se sembra che essi potessero usufruire di aiuti umanitari Unchr dall'Egitto e da armi di provenienza non identificata. Nella indecisione europea e americana sta per finire il sogno di una Libia finalmente libera e magari un domani democratica. Sotto al fuoco e al terrore generato dall'artiglieria di regime muoiono i sogni dei libici di fare come in Tunisia ed Egitto: cacciare il dittatore e ricostituire uno Stato che permetta maggiore libertà, civili e politiche.

Gli occidentali si muovono

La situazione è stata chiara fin dal principio ad alcune cancellerie. Il primo a muoversi però è stato Sarkozy, Presidente della Francia che ha smosso gli indugi internazionali ed europei affermando che la Francia avrebbe promosso un intervento militare in Libia a favore degli insorti se la situazione fosse continuata a peggiorare. Evidente anche il possibile ritorno economico e geopolitico della strategia francese: una Libia liberata e riconoscente alla Francia, sarebbe terreno fertile per le aziende francesi, già forti in Tunisia, Marocco e Africa Sud Sahariana. Obama lo scorso 17 marzo ha rotto gli indugi e pronunciato l'ultimatum al Rais libico: rispettare il cessate il fuoco votato a inizio settimana dall'Onu e bloccare i bombardamenti della popolazione o " ve ne pentirete". Gb Usa e Francia pronte all'intervento militare in favore degli insorti. L'Italia resta la grande assente, forse bloccata più dall'amicizia tra il nostro Presidente del Consiglio e Gheddafi più che dall'articolo 4 del trattato di Bangasi. Tutti o quasi i paesi europei hanno deciso di dare piena disponibilità di uomini mezzi e basi all'iniziativa interventista. L'Italia strattonata per la giacchetta ha infine accettato di dare la disponibilità dell'uso delle proprie basi militari. Ma neanche un uomo o un fucile per difendere la libertà nella vicinissima Libia.
Strano si dirà, visto che in Afghanistan e Iraq abbiamo mandato l'esercito senza tanti ripensamenti, in paesi che per l'Italia sono molto meno importanti dal punto di vista geopolitico. L'Afghanistan fu un iniziativa NATO e americana. Ma l'invasione dell'Iraq su un iniziativa americana tou cour. Eludendo l'articolo 11 della nostra Costituzione, che darebbe legittimità ai soli interventi militare difensivi, siamo corsi a fare guerra a migliaia di chilometri da casa in nome della difesa della libertà.
Ora, che a difendere la libertà sotto casa, cioè in Libia, dovremo in primis pensarci noi, Italia, e non Gb Francia e USA, tentenniamo. Adduciamo scuse e costruiamo nelle nostre paure e ragioni per evitare un conflitto contro un dittatore che ha per 40 anni minacciato anche il nostro Paese. L'Italia appare disorientata e il governo italiano succube delle decisioni di Francia e Usa. Intanto le forze di Gheddafi hanno accerchiato l'ultima grande città in mano ai ribelli, che hanno combattuto a rischio della loro vita per liberare il loro paese dalla dittatura.
L'intervento militare occidentale, guidato come al solito dagli Usa, potrebbe però arrivare troppo tardi a strage di ribelli avvenuta. Ribelli che sarebbe più giusto chiamare patrioti. E governo legittimo libico che sarebbe più giusto chiamare la più feroce e repressiva dittatura del Maghreb. Dittatura con la quale fino a ieri siamo stati fedeli alleati e validi interlocutori finanziari ed economici. Questo episodio dovrebbe servire da monito per le future decisioni militari, strategiche e diplomatiche italiane: è meglio difendere la libertà sulle rive di casa piuttosto che andare a difenderla nelle sperdute montagne dell'Afghanistan, che sta dall'altro capo del mondo. Non si tratta di essere pacifista io militaristi: per potersi presentare agli occhi dell'umanità come una nazione democratica l'Italia non può e non deve rinunciare totalmente a una propria politica estera anche interventista, quando l'intervento lo si fa per difendere gli insorti che reclamano la libertà. Altro si potrebbe obiettare di quelle guerre fatte anche per appropriarsi dei giacimenti petroliferi: anche la Libia ne ha, proprio come l'Iraq. E certo, anche l'Iraq come la Libia era retto da un dittatore.

Ammesso e non concesso che si debba promuovere la guerra per ottenere la pace e la democrazia allora ha più senso promuovere un intervento militare per la democrazia sulle sponde di casa piuttosto che a migliaia di chilometri di distanza come è successo per Afghanistan e Iraq.

Dai cable una realtà inquietante: la nostra politca estera e militare la fanno gli USA
post pubblicato in Notizie, il 24 febbraio 2011

Una mega antenna Usa in Sicilia, una base militare Usa a Caserta il cui terreno dovrebbe diventare come Guantanamo, aerei spia a Sigonella, accordi segreti che sorpassano il Parlamento e impegni militari crescenti sottoscritti dal governo italiano nelle guerre promosse dagli Usa; questo e molto altro ancora è venuto a galla dai documenti di wikileaks nei rapporti Usa – Italia. Tra i vari cable almeno due vicende avrebbero dovuto scatenare un acceso dibattito non solo istituzionale, visto che riguardano la sovranità stessa dello Stato italiano sul suo territorio: Il governo Berlusconi ha impegnato l'Italia a installare a Niscemi la più grande antenna del sistema di comunicazioni militari Usa nel mondo che collegherà tutti i reparti americani, dalla pattuglia al comando generale, schierati in Europa, Africa e Medio Oriente. E nessuno ha avuto qualcosa da ridire o ha sollevato obiezioni o si è interrogato su cosa significhi dal punto di vista geopolitico avere in casa propria, l'anello di collegamento di tutti i reparti militari Usa impegnati nei 4 angoli del globo. L'antenna parabolica di Niscemi dovrebbe avere un diametro di 4 metri e un altezza totale di 15 metri. Come un palazzo di 5 piani. Possiamo solo immaginare la potenza elettromagnetica installata per poter raggiungere tutto il mondo con comunicazioni satellitari e radio da Niscemi. Solo a livello locale si è creato un comitato anti -antenna e c'è un minimo di opposizione all'installazione militare straniera su suolo italiano. Tale antenna potrebbe, secondo studi indipendenti, raddoppiare l'incidenza di malattie come il cancro nella zona irradiata. L'altro importante caso in cui lo stesso governo italiano ha rinuciato alla propria sovranità è il caso della base di Vicenza. Interventi del governo per garantire il completamento rapido della nuova base di Vicenza per la 173ma brigata americana, il reparto di punta per le operazioni nella guerra al terrorismo. L'impegno del governo a non ostacolare interventi in azione delle forze americane contenuto negli accordi tra Italia e Usa è gravemente lesivo della sovranità nazionale italiana. La base quindi non sarà Nato, ma una base americana, e non servirà per difendere il suolo italiano ma come avamposto per muovere le truppe Usa verso l'Asia e l'Africa. Infatti si prevede che proprio a Vicenza nascerà il nuovo comando Africom, cioè il comando militare americano che gestirà tutte le operazioni di guerra in Africa. “L’Italia rappresenta una piattaforma geostrategica unica in Europa, e consente di raggiungere facilmente zone a rischio in tutto il Medio Oriente, l’Africa e l’Europa. E, a causa di questa posizione, l’Italia è la sede del più completo arsenale militare di cui noi disponiamo al di fuori del territorio degli Stati Uniti.” - questo è quanto si legge nei rapporti alla madrepatria che l'ex ambasciatore Usa in Italia Ronald Spogli ha compilato. A Sigonella, scopriamo, che gli Usa vogliono un nuova base americana per gli aerei da ricognizione strategica a lungo raggio Global Hawk, gliaerei spia, che spieranno il Medio Oriente e l'Africa.Dai cable risulta che l'Italia non è altro che un arsenale militare e un terreno strategico per operazioni militari.

Fortissime le pressioni Usa per plasmare la nostra politica estera.
In un cable si spiega infatti, come gli Usa abbiano piegato totalemnte al loro interesse la politica estera di Berlusconi, dal 2008 in avanti, ancora prima che il goveno entrasse in carica. Per quanto riguarda la guerra in Afghanistan si è imposto un aumento stabile del contingente militare italiano da 2.600 a 4.200 soldati. Il potenziamento dei mezzi da combattimento, degli aerei (altri 3) e degli elicotteri (altri 9). L'abolizione dei caveat che impedivano l'impiego delle truppe italiane al fianco dei marines anche nella regione di Helmand e l'impegno a condurre operazioni offensive contro i talebani, che sarebbero vietate dalla Costituzione italiana. Gli accordi prevedono la condivisione delle informazioni di intelligence e la fine dei pagamenti in denaro a talebani e capitribù per evitare attentati contro i soldati italiani. Per quanto riguarda l'Iran, gli Usa hanno di fatto imposto il nostro modo di agire nei confronti di Teheran: Impegno delle aziende italiane, garantito dal governo, a non accettare nuovi contratti. Scambio di informazioni di intelligence. Cooperazione attiva e personale dei ministri nel dissuadere istituzioni finanziarie operanti in Italia dalla collaborazione con le istituzioni del regime e in particolare con i Guardiani della rivoluzione. mpegno del governo a mantenere un contingente militare consistente anche dopo la fine del comando italiano della missione Onu. La richiesta caldeggiata soprattutto da Israele, viene sostenuta da Washington con una campagna di lobbying mondiale. Si prevede altresì un totale appiattimento della politica estera Iitaliana sulle posizioni americane anche per la questione Israele: viene imposto un miglioramento delle relazioni Italia- Israele e lo scambio di informazioni di intelligence anche a favore di singoli ministri italiani.

Ma il governo Italiano, in nome dei buoni rapporti con gli Usa, ha cercato di imporre gli interessi americani anche alla Magistratura, intaccando il principio della separazione dei poteri. Infatti nei cable si legge come nel processo per il sequestro di Abu Omar il governo italiano abbia fatto pressione ai giudici affinché riconoscessero la giurisdizione americana almeno nei confronti dell'ex comandante di Aviano. Il ministro Alfano scrisse ai giudici che però in appello confermarono la sentenza salvando almeno in questo caso la sovranità dello Stato. Il governo Berlusconi 4 è stato il primo nella Ue ad accettare i prigionieri provenienti da Guantanamo. Oltre ai detenuti inizialmente concordati, il governo ha trovato un escamotage giuridico per accettare altri reclusi che non hanno mai risieduto in Italia ma sono comunque coinvolti in procedimenti penali italiani, incluso un tunisino catturato in Afghanistan. Queste decisioni governative vanno molto oltre gli obblighi previsti dagli accordi internazionali. Si rasenta il servilismo.

Leggendo i documenti trafugati da Assange e soci, scopriamo la situzione più grave. Ci fu la richiesta da parte degli Usa di appropriarsi del suolo italiano, in provincia di Caserta. Gli Usa hanno chiesto, e pare ottenuto, dal governo italiano la concessione di uno status giuridico speciale per l'area in cui sorgerà la nuova grande caserma della Sesta Flotta, costata mezzo miliardo di dollari. Gli americani, infatti, chiedono che questa struttura - al pari di Guantanamo - venga dichiarata extraterritoriale cioè che da territorio della Repubblica italiana esso diventi un territorio “di nessuno” in cui di fatto agiscono indisturbate le truppe Usa, slegate da ogni vincolo giuridico.

La abdicazione sul controllo del terrotorio (Caserta, Niscemi e Vicenza) e sulla politica estera, veri punti cardinali del senso stesso di uno Stato - nazione dovrebbero quantomeno far discutere. Alla luce di questi documenti, l'immagine dell'Italia non è quella di una potenza alleata alla superpotenza Usa, ma di un paese politicamente poco importante nel quale la superpotenza ha parcheggiato parte del proprio esercito e può disporre a piacimento del territorio. Alla luce di queste rivelazioni sarebbe stato opportuno e auspicabile che si aprisse un dibattito pubblico sul nostro effettivo ruolo nella Nato e sui nostri rapporti con gli Usa: non è avvenuto nulla di tutto ciò. Gli italiani e i loro politici sono intenti a litigare e a contrapporsi su questioni di minor importanza e non capiscono che svalutando la sovranità dello Stato si creano danni irreparabili ai loro interessi economici e ai loro diritti civili e ambientali.

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