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BlablablaaMentelibera il blog di Paolo P.
La lezione indigesta dei referendum
post pubblicato in Notizie, il 16 giugno 2011
A quorum superato, a soli 3 giorni dallo spoglio di uno storico referendum vinto dalla società civile, la notizia non è più up to date. Tuttavia dopo la sbornia di festeggiamenti ci siamo già dimenticati il significato profondo della battaglia che tutti insieme abbiamo vinto con la partecipazione e con il passaparola.

Le valutazioni non andrebbero MAI fatte a caldo. Invece ho letto inevitabili fiumi di inchiostro, anche digitale, ed era tuttavia inevitabile che questo accadesse. Ma la vera sfida nasce d'ora in poi. Far rispettare il senso dei referendum sarà, paradossalmente, difficile quanto portare le persone alle urne e forse anche peggio.

I quesiti sull'acqua in realtà non riguardavano solo l'acqua ma la gestione di tutti i servizi pubblici municipali, ma pare che ce ne siamo scordati. Consentriamoci anche solo sulla risorsa acqua. L'acqua è gestita a livello locale da una miriade di diversi tipi di società, ma prevalgono le municipalizzate - cioè società a scopo di lucro (s.p.a) a maggioranza pubblica. Sono un vero e proprio mostro bicefalo e un'assurdità resa realtà. Anche se a maggioranza pubblica, le varie spa hanno gestito l'acqua pressoche come delle comuni aziende private: investimenti all'osso, grande pubblicità e marketing, aumenti ingiustificati in bolletta alla faccia dei massimali consentiti dagli Ato e sopratutto nessun tipo di gestione condivisa della risorsa ma accentramento verticistico di stile aziendalistico.

I risultati delle attuali gestioni sono evidenti: nel meridione d'Italia si prelevano 200 litri d'acqua per riuscire a distribuirne all'utente finale solo 100. Un po meglio la sitauzione al centro e al nord, ma gli acquedotti e le condutture sono colabrodi. L'acqua del sindaco costa ancora relativamente poco, ma non dove la gestione è passata in mano alle multinazionali come ad Latina e ad Aprilia, dove la vicenda di Acqualatina ha mostrato il lato peggiore della medaglia del privato.
In compenso si permette alle aziende di acque minerali di prelevare a canoni ridicoli la preziosa risorsa. Le acque minerali ringraziano e fanno profitti multimiliardari anche grazie agli italiani che pensano che l'acqua in bottiglia sia "più buona".

Tutte queste carenze hanno spinto molti al voto. Ma il senso del voto finora è stato eluso.
I referendum hanno stabilito una volta per tutte che l'acqua non è un bene commerciale, ma un bene pubblico e che non può essere gestita da aziende come Hera, per esempio, che sono nate per fare profitti - sono delle spa -.

Il 3° quesito ha posto un freno al ritorno al nucleare in Italia, per la seconda volta, e spero per l'ultima.
Il 4° quesito, quello di cui nessuno osava parlare durante la campagna referendaria, per non rischiare politicizzare troppo i referendum e rischiare in questo modo di allontare da essi le persone di destra mettendo a repentaglio il raggiungimento del quorum, è stato inaspettatamente votato quanto gli altri quesiti. Dimostrando che con un risicato 4,5% dei voti con No, anche buona parte degli elettori di destra recatisi ai referendum hanno detto Si all'abrogazione del Legittimo impedimento per il loro amato Premier e i ministri.
Premesso e ammesso che è giusto non strumentalizzare i referendum per fini politici, come invece da subito hanno fatto Pd e Sel, in una democrazia "normale" sarebbe evidente che ad essere stata bocciata dai referndum è la linea politica del governo su due delle maggiori emergenze mondiali: energia e acqua. In realtà, ad una più attenta analisi, la vittoria è stata della società civile non solo sui partiti di governo ma anche su chi per primo ha inteso in un ottica liberista, privatizzare o "liberalizzare" i servizi pubblici, cioè il Pd. Propio il Pd ora in Emilia è in grave difficoltà: vuole proteggere i profitti di Hera ma si è speso molto proprio per cancellare questi profitti tramite il Si al 2° quesito. Come al solito il più grande partito progressista italiano disvela la sua doppia faccia. I principali partiti italiani, tra cui il Pd, al di là del riferimento idealistico destra/sinistra, sono tutti culturalmente liberisti: Pd al pari di Pdl, Idv come Udc. Anche la Lega è pronta a sedere nei consigli di amministrazione. Gli stessi uomini di partito che poi vanno ad occupare le cariche nelle municipalizzate sono liberisti che però non accettano il rischo d'impresa e investono solo dove il profitto è previsto dalla legge.

In una democarazia degna di questo nome il volere dei cittadini vale di più dei contratti stipultati ex ante e vale molto di più anche del volere dei partiti.

Il risultato dei referendum è inequivocabile: la maggioranza degli italiani (degli elettori italiani - di tutti gli elettori italiani) NON VUOLE LA PRIVATIZZAZIONE dei SERVIZI PUBBLICI essenziali. Non vuole che la legge sia più uguale per qualcuno, e non vuole il ritorno al nucleare.

Gli italiani si sono espressi e i partiti, senza addurre scuse come contratti già in essere da rispettare, devono innanzi tutto rispettare il volere dei cittadini. La logica che togliere la percentuale di dividendi agli azionisti di Hera (e altre società simili) blocca gli investimenti è assurda: se gli azionisti investono solo dove non hanno rischio d'impresa è un sottrarsi alle logiche stesse del Capitalismo.

Troppo facile fare profitto garantito dallo Stato. Scegliete: o liberismo puro o beni comuni! Anzi, hanno già scelto per voi gli italiani: che BENI COMUNI siano!


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